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PER UN BUON MONITORAGGIO, CI VUOLE FIUTO – TOPI

PER UN BUON MONITORAGGIO, CI VUOLE FIUTO – TOPI

La nostra fantasia, insieme alle vie che la natura ci offre, sono infinite e non cesseranno mai di essere esplorate. In un ospedale italiano è da qualche anno al lavoro un cane molecolare capace di diagnosticare determinati tipi di tumore. Al momento le sue capacità non sono certificate dal punto di vista medico scientifico, ma l’esperienza degli operatori coinvolti dice che questo cane, con il proprio fiuto, esamina i campioni dei pazienti dell’ospedale con rapidità e accuratezza che superano i metodi strumentali convenzionali.

Nel mondo del pest control, l’utilizzo di cani è segnalato nel Regno Unito, ma in ambiti differenti dalla prevenzione. La resistenza al bromadiolone di estese popolazioni di ratti delle chiaviche ha spinto alcuni operatori inglesi a servirsi di cani terrier per cacciare i roditori direttamente nelle loro tane. È un utilizzo interessante dei cani, ma che non fa ricorso al loro prezioso olfatto. Il fiuto dei cani molecolari potrà invece in un futuro, rivelarsi utilissimo nelle fasi più cruciali della lotta integrata agli infestanti.

La lotta integrata si basa su tre fattori concatenati, in ordine di importanza: prevenzione, monitoraggio, difesa attiva. È un concetto ormai ben radicato in molti professionisti. Sono sempre di più coloro i quali conoscono i rischi legati all’ingresso di infestanti, e provvedono a monitorarne correttamente gli accessi.

Sul mercato abbondano i sistemi di monitoraggio: trappole a colla o ad acqua sono prodotte in diversi modelli. L’avvicinamento ad esse viene indotto grossomodo per tre vie: mediante attrattori alimentari, luminosi, o a feromoni. Si tratta di sistemi che opportunamente combinati permettono di catturare un buon numero di animali sgraditi, monitorandone la presenza. Questi sistemi, tuttavia, sono stati sviluppati quasi sempre per affiancare l’industria alimentare; gli insetti sui quali è possibile operare un monitoraggio con strumenti facilmente reperibili sul mercato, sono quelli interessanti per questa industria: roditori, blatte e parassiti delle derrate, volatori o striscianti che siano.

Per tutti gli altri artropodi, i metodi di monitoraggio proposti non mancano, ma sono assenti procedure universalmente utilizzate: nessuno dei sistemi più o meno artigianali che alcuni suggeriscono, è riconosciuto universalmente. È necessario definire protocolli efficaci non solo per blatte e parassiti delle derrate, ma per tutti gli altri infestanti.

Parlando di cimici dei letti: non meritano neppure di essere elencati gli ambiti professionali nei quali è auspicabile un metodo sicuro di monitoraggio o di ricerca. Pensiamo ad esempio ad un albergo, o alla carrozza di un treno. In questi ambiti, l’attenzione e la conoscenza del problema normalmente addetto a pulizie e manutenzioni sono già obiettivi molto problematici. Esistono metodi di monitoraggio, basati su trappole con sistemi di attrazione anche raffinati; ma il risultato purtroppo è che un albergatore non può ancora essere certo dell’assenza o presenza dell’insetto, finché, malauguratamente, non sarà un cliente ad accorgersene.

È nota la complessità nel cercare e trovare tracce di cimici anche da parte di operatori esperti, soprattutto in caso di focolai ai primi stadi. Normalmente si parla di una percentuale di successo del 30% nell’ispezione da parte di un operatore altamente specializzato. Si tratta di un numero non verificato, lontano dalla validità scientifica, ma che può dare un’idea di quanto sia aleatorio il risultato di un qualsiasi sopralluogo, monitoraggio o verifica di un ambiente per la presenza di cimici dei letti. Anche il più esperto disinfestatore, o forse soprattutto il più esperto, sa che dopo lunghi minuti di accurata analisi di una camera d’albero o di un appartamento, non ci sarà mai la certezza assoluta che non ci siano cimici adulte né uova, o che siano localizzate in un determinato punto e non in altri.

Un altro infestante con abitudini spiccatamente criptiche, e per il quale i metodi di monitoraggio con trappole sono da ritenersi ancora inefficienti, è il tarlo. La via maestra rimane quella di affidarsi all’analisi accurata e frequente dei fori, e all’attenzione in fase di pulizia a tracce di rosura o di adulti, attenzione anche qui non sempre possibile da ottenere a livelli soddisfacenti. Eppure la presenza di tarli in legnami pregiati di raccolte museali e monumenti di vario genere non è un problema da poco. Il tarlo non interessa direttamente la salute dei cittadini, come invece accade per gli infestanti in altri ambiti, e per questo si comprende come la lotta a questo insetto patisca qualche decennio di ritardo (*NOTA A MARGINE). Tuttavia un metodo sicuro di monitoraggio dell’insetto e di ricerca, anche in fase larvale, è auspicabile, tenuto conto anche dei costi alti di una disinfestazione, sia essa operata con metodi chimici oppure fisici.

La soluzione all’enigma viene proprio da quanto anticipato all’inizio. Anche per i disinfestatori saranno un giorno possibili le tecniche cinofile di ricerca e monitoraggio. In Nord America, un’associazione che si occupa di regolare e certificare la capacità dei cani addestrati è operativa già da oltre un decennio. In Italia, le prime esperienze in questo senso risalgono solo a pochi anni fa. L’entusiasmo è tuttavia molto incoraggiante, anche se le complicazioni all’orizzonte non mancano.

I cani che accompagnano l’operatore nelle fasi di sopralluogo, monitoraggio e verifica dei risultati raggiunti possono far sollevare più di un sopracciglio. In industrie alimentari o farmaceutiche l’ingresso di unità cinofile porrebbe gravi rischi di infestazione incrociata, ed è difficile da realizzare. Gli infestanti ai quali ci si orienta oggi per la ricerca con i cani sono tipici di tutt’altri contesti.

In ambito museale, l’utilizzo di unità cinofile per la ricerca di infestanti deve avvenire nei giorni o nelle ore di chiusura. Da alcuni mesi è in servizio al “Museum of Fine Arts” di Boston un bracco che perlustra le collezioni durante gli orari di chiusura. Questo per non distrarre i visitatori e soprattutto, per non distrarre il cane, che deve fiutare la presenza di tarli nei legnami o di tarme nelle tele dei quadri o nei tessuti.

Anche nei contesti comunitari, dove si prevede di intervenire alla ricerca di cimici dei letti, l’ingresso dei cani per monitoraggio avviene in modo da non destare troppa curiosità nei frequentatori. Risale al 2008 il primo studio scientifico sull’affidabilità dei cani addestrati specificamente per questo compito. La sostanza chimica rilevata, anzi annusata, è un estratto di pentano delle cimici stesse. In nessun caso, i cani soggetti ai test hanno mai dato falsi allarmi; al contrario, nel 97,5% dei casi le cimici presenti, adulte o uova che fossero, sono state rilevate. Ciò significa che in un solo caso su 40 il cane si è allontanato dalla stanza senza accorgersi che erano presenti da 1 a 5 cimici.

Non solo in caso di monitoraggio, ma anche per un sopralluogo propedeutico alla disinfestazione, l’analisi cinofila può rivelarsi preziosissima, se si pensa all’impegno richiesto per una disinfestazione che interessi un’intera stanza, o addirittura un appartamento, quando le cimici sono poi annidate in ambiti ristrettissimi, o se si pensa al trattamento di una travatura o un soffitto dove i tarli non sono ovunque presenti.

Le applicazioni delle unità cinofile alla disinfestazione sono potenzialmente infinite; per taluni animali, per i quali la disinfestazione è relativamente agevole ed economica, queste strade verranno difficilmente esplorate. Ma riconoscere i percorsi di accesso di una popolazione di roditori, oppure identificare il focolaio di infestazione di un parassita dentro a macchine alimentari sono certamente obiettivi interessanti.

NOTA A MARGINE – Si è fatto riferimento al tarlo come un insetto che non colpisce direttamente la salute dei cittadini. Non bisogna dimenticare però che questo anobide si rivela spesso il veicolo per l’arrivo di meno noti ma fastidiosissimi infestanti, quali Sclerodermus domesticus e Pyemotes ventricosus. Sono due predatori delle larve di tarlo, il primo un insetto imenottero, il secondo un acaro, che non di rado trovano rifugio in vestiti e materassi, oltre che nelle gallerie dei tarli, e pungono l’uomo, con risultati assai fastidiosi.

SCARAFAGGI RAPIDI A CORRERE E AD EVOLVERSI

SCARAFAGGI RAPIDI A CORRERE E AD EVOLVERSI

La storia della disinfestazione ha radici molto lontane; è facile supporre che anche i nostri progenitori abbiano risposto con uno schiaffo al disturbo di qualche zanzara. Dobbiamo tuttavia attendere fino al XX secolo per avere i primi studi accurati sugli aspetti scientifici che riguardano questo mestiere. Per un’analisi esauriente della biologia dei principali infestanti siamo invece davvero all’inizio, se si eccettua la miriade di studi che hanno riguardato i topi, visti però come cavie da laboratorio e non come nostri commensali.

Gli scarafaggi sono spesso indicati come un fossile vivente, un gruppo di organismi che ha attraversato intere ere geologiche, con morfologia immutata. In effetti gli attuali appartenenti all’ordine Blattoidei sono alcuni casi indistinguibili, per forma e dimensioni, rispetto ad organismi fossili apparsi già a partire dal periodo Carbonifero, 300 milioni di anni fa.

Questa costanza nell’aspetto dei fossili e dei rappresentanti attuali del gruppo, ha anche indotto qualcuno a forzare un po’ la mano: per la fazione negazionista infatti, un animale che appare “all’improvviso” nella sua forma, e non mostra poi evidenti segni di cambiamento, sarebbe la prova dell’inesistenza dell’evoluzione darwiniana; un sillogismo illogico che possiamo tranquillamente trascurare.

Davvero gli scarafaggi non sono mai mutati nelle ultime tre ere geologiche? Non possiamo esserne certi, poiché i caratteri che i fossili ci mostrano, sono solo una parte di ciò che l’animale potrebbe rivelarci, se potessimo osservarlo dal vivo. Quello che è certo è che effettivamente la loro forma si è rivelata immediatamente adatta al ruolo, alla nicchia ecologica che a questo gruppo di animali è toccato occupare.

Gli scarafaggi sono un ordine oggi rappresentato da migliaia di specie, dalla forma piuttosto costante. Abitano luoghi umidi e bui: colonizzano le lettiere sotto le foglie in decomposizione, o le intercapedini dietro la corteccia degli alberi più anziani: ovunque la materia organica si accumuli prima di decomporsi. Tra tutti gli scarafaggi, la specie Blatta orientalis qualche migliaio di anni fa si è trovata fianco a fianco con un mammifero, che come lei frequentava luoghi bui, per riscaldarsi e sentirsi protetto. Quel mammifero eravamo noi, e quello scarafaggio non ci ha più abbandonati.

Insieme a B. orientalis, annoveriamo normalmente altre 4 specie di scarafaggi commensali dell’uomo: Periplaneta americanaSupella longipalpaPolyphaga aegyptiaca e Blattella germanica. La storia di ciascuno di questi infestanti è tutta da scrivere; abbiamo segnalazioni certe a partire da due tre secoli fa, ma è facile che almeno in alcune regioni del globo, essi abbiano affiancato l’uomo da molto più tempo.

Sono tutti questi scarafaggi, realmente dei “fossili viventi”, oppure si sono evoluti in questi secoli o millenni, e lo stanno facendo tuttora, per meglio svolgere il loro ruolo di commensali?

Risale al 2013 un interessante lavoro scientifico che prova quanto già si stava osservando da tempo sul campo. Oggetto di questa ricerca è stata Blattella germanica. È stata la prima tra le specie di scarafaggi comunemente considerate infestanti, ad essere combattuta in modo generalizzato con le esche avvelenate, somministrate nella maggior parte dei casi sotto forma di un gel alimentare, contenente: sostanze attrattive; coformulanti destinati a mantenere la giusta consistenza il più a lungo possibile; e ovviamente quantità, peraltro piccolissime, di veleno.

Dopo non molti anni dalle prime campagne di disinfestazione mediante esche avvelenate, alcuni ceppi di questo scarafaggio hanno iniziato ad evitare le esche, diventando così immuni ai tentativi di disinfestazione, con il metodo che si era rapidamente imposto tra gli addetti. La resistenza, curiosamente, non si è però focalizzata sui principi attivi velenosi che le diverse ditte aggiungono alle esche. Questo era il meccanismo più temuto, o perlomeno il più facilmente prevedibile, dopo che da almeno un secolo osserviamo ceppi di insetti resistenti alle varie molecole “miracolose” che di volta in volta vengono messe a punto dalla ricerca di nuovi insetticidi.

Ciò che è stato osservato non è una resistenza al principio attivo insetticida. Alcune popolazioni di  Blattella germanica ora riconoscono le esche avvelenate, non le assaggiano e quindi non si avvelenano. Come può accadere? Le esche inizialmente messe a punto e commercializzate, hanno sempre utilizzato come sostanze attrattive glucosio e fruttosio. Gli scarafaggi hanno dei recettori intorno alla bocca, i sensilli, deputati a riconoscere i diversi sapori dei cibi che trovano. Alcuni di questi, i recettori del dolce, riconoscono la presenza di sostanze come il glucosio, ed informano il cervello che ci si trova di fronte ad un cibo dolce, che può essere mangiato. Altri riconoscono molecole che vengono classificate come amare; la reazione del loro cervello di fronte a questa informazione è di evitare quel cibo, perché amaro. Tra parentesi questi stessi recettori sono massimamente sensibili alla caffeina, che quindi è per la blattella il cibo da evitare per eccellenza, con buona pace di chi ancora le chiama “blatte del caffè”.

Per una mutazione che ancora andrà indagata, la popolazione resistente di B. germanica ha iniziato ad attivare fortemente i recettori dell’amaro in presenza di glucosio, riconoscendolo come sgradito, e scartandolo come potenziale cibo. Che delusione per il disinfestatore che gli aveva preparato questo manicaretto! Questo scarafaggio evita tutti i cibi contenenti glucosio, ritenendoli amari, e salvandosi la vita di fronte alle esche di prima generazione.

Sebbene al disinfestatore stia molto più a cuore l’immediata applicazione pratica della vicenda, non sfuggono altre valutazioni interessanti cui questa ricerca ci porta. Innanzitutto dobbiamo riflettere su come l’evoluzione sia sempre attiva, e abbia molta più fantasia di quanta possiamo immaginare. Supponiamo che questa avversione al glucosio sia presente allo stato selvatico in molte specie di scarafaggi, che si nutrono a spese di tessuti organici in decomposizione, ed evitano in questo modo alcune sostanze tossiche. B. germanica ha probabilmente conservato questa caratteristica, anche se era ormai inutile, quando ha iniziato a nutrirsi a spese dell’uomo; pochi e rari individui hanno sempre avuto questa avversione, che all’inizio li aveva resi più deboli rispetto agli altri, poiché permetteva loro di nutrirsi di meno; in un secondo momento tuttavia, all’apparire delle esche avvelenate, questo limite ancestrale li ha selezionati come gli unici in grado di sopravvivere in presenza del glucosio, e delle letali sostanze attive ad esso associate.

La seconda valutazione è come categorie come “dolce” e “amaro” siano del tutto soggettive. Non sta scritto da nessuna parte che una molecola sia dolce oppure amara, o meglio: sta scritto solo nei geni di ciascuno di noi, ed è un codice che la natura può riscrivere in qualunque momento.

La rapidità di risposta di Blattella germanica è stata davvero stupefacente, ed inquietante. La minaccia che le arrivava dall’utilizzo dei gel alimentari avvelenati era grave, e la contromisura è stata quasi di certo favorita dall’esistenza di un gene “contrario” al glucosio, già presente in forma marginale nelle popolazioni selvatiche. Il fatto che non si sia dovuta attendere una mutazione genetica stabile, ma che sia bastato selezionare una forma già esistente, ha reso il processo evolutivo rapido e leggibile già dopo pochi anni.

Altri meccanismi evolutivi sono sicuramente stati selezionati, in questo e negli scarafaggi, nel corso di periodi più lunghi a disposizione. La modalità di deposizione delle uova, le esigenze di alimentazione, le abitudini di spostamento e soprattutto la spiccata preferenza per il buio, pur presenti anche in blatte selvatiche mai state commensali dell’uomo, possono avere subito una pressione evolutiva, per difendersi da noi e dalle contromisure abbiamo via via preso contro questi insetti. Ora i nostri metodi di disinfestazione sono senza dubbio molto calibrati, e in certe aree adottati in modo sistematico. Tuttavia il caso mostrato da Blattella germanica ci ricorda come i protocolli debbano essere sempre aggiornati, e possibilmente non monolitici.

DOVREMO FORSE IMPARARE A CONVIVERE CON I RATTI?

DOVREMO FORSE IMPARARE A CONVIVERE CON I RATTI?

La popolazione di New York ammonta ad otto milioni di abitanti. O sono trentadue? Oppure due milioni soltanto? Se i dati sulla popolazione umana delle grandi città sono sempre piuttosto attendibili, migliaio più migliaio meno, i numeri che riguardano la popolazione di ratti degli stessi centri urbani sono più incerti, figli di leggende metropolitane o di censimenti seri, che rimarranno comunque sempre delle stime.

E non sono poche le metropoli dove si direbbe che i padroni di casa siano non gli uomini, ma i ratti. Sembra ad esempio che nel centro urbano di Parigi gli abitanti siano due milioni, a fronte di quattro o più milioni di roditori. Numeri invertiti a Londra, dove secondo recenti stime solo un milione e mezzo di ratti fa compagnia ad otto milioni di cittadini “autorizzati”.

Sgombrare questi territori dai ratti è un sogno irrealizzabile. Le grandi città europee soffrono caratteristiche strutturali che ne aumentano senza dubbio il fascino, ma che sono il loro tallone d’Achille quando si tratta di inseguire e stanare i roditori. Sono milioni gli anfratti dove possono annidarsi, e i passaggi che possono percorrere, impossibili da censire e controllare. Immaginiamo di trovarci a Roma: potrebbe capitarci di avvistare un ratto rovistare dentro ad un cestino dell’immondizia; poi si allontana, per infilarsi furtivo dentro alle griglie in ghisa di una caditoia, dove lo perdiamo di vista; proviamo a indovinare il suo percorso, tra le pareti di cemento che incanalano le acque di scarico provenienti dal marciapiede, fino ad un canale più vecchio, costruito in mattoni rossi; il ratto corre in discesa per qualche decina di metri per raggiungere uno slargo, dove si arrampica su un groviglio di fili, e da lì ad un camera più grande che può essere un semplice scantinato condominiale, oppure un’antica stanza che non vede la luce da duemila anni.

Non solo nelle grandi ed antiche città europee, ma anche in Nord America, stando ad alcuni recenti articoli, il numero di roditori starebbe in molti casi aumentando. I dati cambiano da città a città, ed è inutile raffrontarli: gli approcci utilizzati per la stima del numero di ratti cambiano nei differenti studi; talvolta inoltre c’è la possibilità che alcuni calcoli possano essere indirizzati per compiacere oppure attaccare una determinata amministrazione locale. C’è chi punta il dito su un peggioramento delle condizioni generali dovuto alla recessione economica, che avrebbe portato ad un abbassamento della guardia in particolare su due fronti: abbandono di edifici in zone centrali delle città; diminuzione dei servizi di pulizia o di raccolta rifiuti.

Tornando in Europa, alla fine del 2016 l’amministrazione di Parigi si è attivata con un piano volto a ridurre drasticamente i ratti che ormai avevano preso possesso di considerevoli porzioni della città. Nei mesi successivi, i parchi sono stati chiusi a rotazione per distribuire il veleno. Ciò ha scatenato l’ira di migliaia di cittadini, che hanno immediatamente fatto arrivare la loro petizione alla sindaca, chiedendole di fermare ogni genocidio di animali, per quanto infestanti.

La convivenza con i ratti nelle grandi città sembra destinata a prolungarsi ancora per molto tempo. La vera soluzione del problema non sarà, purtroppo, la completa eliminazione delle colonie di roditori presenti in città , ma il loro controllo entro livelli tollerabili, che non creino disturbo agli … altri abitanti delle città stesse.

Proprio a Parigi si è stimato che un numero di ratti pari a 1,75 volte quello degli uomini potrebbe essere tollerabile. Una stima che a prima vista è parecchio permissiva nei loro confronti. Per arrivare a numeri simili, sarebbe sufficiente ricorrere scrupolosamente ad una serie di buone pratiche, prima ancora di utilizzare veleni diretti ad eliminare i ratti direttamente.

Si parte dalla pulizia e dalla manutenzione delle due infrastrutture pubbliche più utilizzate dai roditori: marciapiedi e fognature. In superficie la pulizia deve essere frequente. I cestini per la dell’immondizia vanno svuotati spesso, almeno ogni giorno. I ratti hanno abitudini preferibilmente notturne o crepuscolari; questo dovrebbe essere considerato in ogni pianificazione di nettezza urbana, per impedire che proprio durante le ore più buie, si allestiscano sui marciapiedi abbondanti banchetti protetti da semplici sacchi di plastica. La raccolta dei rifiuti va effettuata puntualmente, con orari stringenti, in modo che l’attesa delle immondizie sulle aree pubbliche sia limitata a poche ore, o meno. Inutile dire che l’attenzione delle amministrazioni dovrebbe andare di pari passo con l’educazione dei cittadini. Ogni comportamento scorretto del singolo, rischia infatti di vanificare gli sforzi altrui, o di renderli più onerosi.

La corretta manutenzione delle fognature è un’urgenza dettata da pericoli ben più immediati della presenza di ratti, quali gli allagamenti, ma comunque evitare ogni accumulo di materiali nei condotti si rivela un deterrente anche per gli infestanti.

I nemici naturali dei ratti sono parecchi. Adottarli o incentivare la loro presenza in città potrebbe essere una soluzione, sebbene con alcune riserve. Il più citato tra i nemici naturali è il gatto. Tuttavia i gatti domestici ben difficilmente si rivelano risolutivi nella lotta ai ratti; di contro, i gatti randagi possono rivelarsi cacciatori più efficienti, ma in ultima analisi possono anche comportare guai igienici a loro volta. Curioso è il caso di Chicago, dove le aree periferiche, ma anche alcuni parchi e zone residenziali sono frequentate da una popolazione stabile di coyote: questi grossi carnivori, nella zona urbana hanno una dieta per più del 40% costituita dai roditori. Altri animali molto elusivi, ma implacabili nemici di ratti e topi, sono gli uccelli predatori: di giorno effettuano incursioni in città rapaci come il gheppio ed il falco pellegrino; hanno abitudini notturne gli strigiformi, dalla più piccola civetta fino al gufo reale, che abbiamo osservato a caccia di ratti in una discarica di periferia. Favorire la presenza di tutti questi animali non è affatto semplice: chi vive in città non li vede, e spesso non li riconosce neppure; in centro vanno sicuramente salvaguardate le aree verdi, che fanno loro da rifugio.

Ai singoli cittadini spetta invece la cura delle proprietà private, siano essi spazi produttivi, commerciali o residenziali. Ovviamente gli immobili più a rischio sono quelli dove si lavora il cibo: bar, ristoranti e laboratori alimentari devono essere ben costruiti, per impedire o perlomeno per non facilitare l’accesso di topi e ratti. Nel nostro Paese, le norme sanitarie impongono comunque un controllo molto attento, ai sensi della normativa HACCP, che forse non li rende protetti in assoluto, ma sicuramente ne fa i luoghi più attentamente vigilati della città. Per gli altri immobili, produttivi o residenziali, si pone l’attenzione su due aspetti: le immondizie e l’abbandono.

In primo luogo, lo stoccaggio delle immondizie e la pulizia degli spazi e dei locali a ciò destinati, è uno strumento chiave per il contrasto ai ratti. I bidoni devono sempre rimanere chiusi, e per evitare che la spazzatura debordi o si accumuli all’esterno, è preferibile che il numero di contenitori destinati alla raccolta sia abbondante.

Il secondo aspetto sul quale ci concentriamo è l’abbandono degli immobili, che va sempre considerato come un fattore di pericolo. I ratti sono opportunisti, e non tendono a formare grosse comunità distanti dall’uomo; tuttavia, un edificio abbandonato in un centro urbano è per i roditori l’occasione per trovare un rifugio in condizioni salubri, spesso a pochi metri dalla fonte di approvvigionamento, che siamo noi con le nostre attività. Gli immobili abbandonati dovrebbero essere soggetti ad un derattizzazione ancora più attenta di quelli in utilizzo, specie nei mesi che precedono ristrutturazioni o abbattimenti, che per forza di cose metteranno in movimento la colonia murina che li occupava.

E la derattizzazione? È senza dubbio l’ultima ratio. Va considerata come l’arma a disposizione delle amministrazioni pubbliche, ma soprattutto dei cittadini e delle imprese, per tenere sotto controllo i ratti che intendono frequentare cortili ed immobili.

Per fare questo, l’utilizzo dei consueti veleni anticoagulanti deve essere affiancato da altre tecniche, che si fanno preferire per ragioni etiche ed ecologiche, o forse semplicemente logiche. Pensiamo infatti che i predatori selvatici dei ratti e dei topi, sui quali potremmo fare affidamento per il contenimento della popolazione di roditori, finiscono inevitabilmente per accumulare nel fegato cospicui quantitativi di residui tossici, intossicandosi a loro volta. In alternativa ai veleni anticoagulanti, metodi disabituanti e teoricamente perfetti come aromi o radiazioni non danno risultati soddisfacenti. Si deve quindi ricorrere alla cattura: le colle non si fanno preferire soprattutto per ragioni etiche, perché sottopongono il malcapitato ad un’agonia troppo lunga. Le trappole a scatto, o per elettrocuzione, garantiscono invece una fine immediata e praticamente indolore. Il loro utilizzo però non è affatto semplice né economico, perché i ratti riconoscono i pericoli ed apprendono molto facilmente come evitarli. Le trappole devono essere camuffate e spostate in continuazione, innalzando l’onere relativo alla manodopera impiegata.

Rassegniamoci dunque, la guerra contro i ratti non sarà quindi vinta molto presto, se mai lo sarà. Consoliamoci sapendo che i ratti, adattatisi alla vita cittadina, hanno bisogno di noi, dei rifugi che gli costruiamo e del cibo che gli offriamo. È nelle nostre mani, nelle nostre buone abitudini, la soluzione del problema.

CIMICI DEI LETTI

CIMICI DEI LETTI

Si pensava che questo insetto appartenesse ormai definitivamente al nostro passato. È rimasto a lungo confinato nelle cronache di degrado della vita di povera gente o dei soldati al fronte. Le cimici dei letti si sono ripresentate, complice il recente boom dei trasporti aerei.

È un parassita che si nutre del nostro sangue. Di solito non lo vediamo: si nasconde nei cuscini, nei materassi, o comunque vicino a letti o divani, ed è molto rapido nel pungere e fuggire, normalmente di notte. Ci si accorge della sua presenza dal prurito e dai ponfi provocati dalle punture.

La casistica vede arrivare le cimici in casa più di frequente in seguito a: viaggi in Paesi caldi, oppure soggetti all’infestazione, come gli Stati Uniti; transiti in aeroporti ed alberghi di grande passaggio; acquisti di vestiti, valigie ed arredamenti usati o di dubbia provenienza.

Una volta stabilitesi le cimici in casa, una disinfestazione è purtroppo necessaria. Può rivelarsi una lotta molto fastidiosa, poiché è necessario vagliare con cura e nel caso trattare ogni mobile ed ogni oggetto presente in casa, fin dentro gli armadi. Materassi e cuscini devono essere smaltiti.

La tecnica più veloce ed efficiente è il trattamento con  vapore secco surriscaldato e insetticida residuale ove necessario.

Il vantaggio di questo metodo è l’eliminazione immediata delle cimici e delle uova tramite il vapore e, la permanenza sulle superfici dell’insetticida, è in grado di proseguire l’azione e uccidere le cimici non direttamente raggiunte dal trattamento, quando queste usciranno dal loro nascondiglio. Si assicura all’ambiente trattato una copertura prolungata nel tempo, che con tutti gli altri metodi è molto più difficile.

Negli alberghi e nelle comunità in genere è sempre opportuno intraprendere un’azione di monitoraggio dell’assenza di cimici. Ciò permette di rassicurare gli ospiti sulla pulizia scrupolosa, e di poter agire rapidamente con una disinfestazione, al primo focolaio di infestazione, abbattendo così enormemente i costi di un eventuale intervento.

LE CIMICI DEI LETTI HANNO APPENA INIZIATO LA LORO EVOLUZIONE

LE CIMICI DEI LETTI HANNO APPENA INIZIATO LA LORO EVOLUZIONE

Uno spettro si aggira per l’Europa, o meglio: un vampiro. Le leggende sui pipistrelli che di notte si nutrono del sangue di giovani vergini, potrebbero avere un sorprendente fondamento. Certo, non stiamo per rivelare che esistono davvero vampiri mutaforma, né pipistrelli in grado di succhiarci il sangue; partiamo dall’inizio.

È ormai accertato che le cimici dei letti vivono accanto a noi da parecchio tempo. La specie Cimex lectularius, in Europa, infesta i rifugi dei pipistrelli. Queste cimici attaccano i chirotteri esattamente come fanno con noi: succhiandone il sangue durante le fasi di riposo. Molti pipistrelli scelgono come posatoio le caverne, luoghi bui e dalla temperatura stabile, nelle quali per millenni anche consistenti gruppi di nostri progenitori europei si sono rifugiati. In questa fase, durata migliaia di anni, le cimici che vivevano nelle caverne, hanno potuto scegliere quale mammifero pungere: tra il pipistrello e l’uomo, fosse esso Homo neanderthalensis oppure H. sapiens. Quando i nostri progenitori hanno abbandonato le caverne, terminò la nostra convivenza con i pipistrelli, ma non quelle con le cimici, che non erano disposte a lasciare il loro nuovo ospite.

È possibile, diremmo anzi probabile, che qualcuno abbia incolpato i pipistrelli, e non le cimici, delle fastidiose punture che si trovavano sul collo dopo una notte di riposo, essendo i primi ben più visibili delle seconde. Ecco come sarebbe nata una leggenda ben diffusa in tutta Europa, e dura a morire. Come poi si sia arrivati a parlare di vampiri, di trasmutazione e di non-morti, ciò esula decisamente dal nostro campo di indagine! Preferiamo concentrarci qui sui molteplici interessanti aspetti evolutivi, osservati a carico delle cimici.

In primo luogo, Cimex lectularius avrebbe iniziato a pungere per primi i chirotteri, e non l’uomo. La storia evolutiva di questi mammiferi, e in particolare la loro presenza nelle caverne, è infatti molto più antica della nostra. Furono quindi loro ad incontrare, nelle cavità della roccia, degli emitteri in grado di nutrirsi del loro sangue.

Queste popolazioni selvatiche di Cimex lectularius, cavernicole e non sinantropiche, esistono tuttora, e sono state analizzate dal punto di vista genetico. Fanno quello che probabilmente avevano sempre fatto, da prima che noi arrivassimo in Europa, colonizzassimo le caverne e successivamente le abbandonassimo. Vivono in antri bui e umidi, e nell’oscurità si nutrono del sangue di mammiferi diversi da noi: i pipistrelli in primo luogo, ma presumibilmente qualunque altro mammifero col quale potrebbero venire a contatto.

Si tratta di popolazioni a prima vista estremamente simili a quelle sinantropiche, ma con alcune significative differenze. Innanzitutto, la diversità genetica tra le cimici selvatiche è molto ampia. Per ogni singolo gene, vengono osservati molti più alleli. Questo è un indizio che si tratta della popolazione originaria, dalla quale si è staccata ed evoluta la cimice sinantropica.

È stato studiato il flusso genico tra le cimici selvatiche e quelle sinantropiche, e tra diverse popolazioni di cimici selvatiche. Se tra le popolazioni selvatiche il flusso genico è molto scarso, tra le selvatiche e le sinantropiche questo è inesistente. Era un risultato prevedibile: infatti, per una cimice è difficile essere trasportata da un sito di rifugio ad un altro, potendovi così rimescolare il proprio patrimonio genetico. Perché ciò accada, è necessario che rimanga avvinghiata al suo animale ospite, un pipistrello, nel suo improbabile trasferimento da un grotta ad un’altra.

Ancora più improbabile, per non dire impossibile, è ormai il passaggio di una cimice da pipistrello a uomo. Ai fini della riproduzione, e del rimescolamento genetico, le due tipologie di cimici sono quindi ormai separate tra loro.

Il patrimonio genetico delle cimici sinantropiche è più povero delle selvatiche, e questo dato è in linea con una regola comune della speciazione, il fenomeno di creazione di una nuova specie. Quella che supponiamo sia in atto, è una speciazione simpatrica, che avviene cioè non per isolamento geografico di due popolazioni in origine identiche, ma per meccanismi più sottili: in questo caso per la scelta di un nuovo ospite da parassitare, e per il cambiamento di habitat da parte di questo ospite: l’uomo, che non vive più nelle caverne.

Cimex lectularius sta quindi distaccando dalla specie originaria infestante i pipistrelli, una seconda specie che infesta l’uomo. Gli individui che hanno seguito l’uomo nell’abbandono delle caverne erano relativamente pochi; povero fu quindi il patrimonio genetico, ovverossia il numero di alleli per ogni singolo gene, che portarono con sé. La scarsa biodiversità della popolazione sinantropica non le ha tolto in questi pochi millenni una certa plasticità evolutiva, consentendole di cambiare alcune sue caratteristiche in modo rapido, e lottare ogni notte con il suo ospite, che ha provato in tutti i modi a liberarsi di lei.

Questa lotta tra parassita e ospite ha operato fin qui la spinta maggiore nella differenziazione evolutiva delle cimici dei letti. Le zampe delle cimici sinantropiche sono tendenzialmente più lunghe di quelle che infestano i chirotteri; ciò dimostra che sono più veloci, maggiormente costrette a fuggire dai nostri attacchi.

La seconda differenza riguarda la resistenza agli insetticidi. Il 90% delle cimici dei letti sono resistenti agli insetticidi piretroidi, il gruppo più utilizzato nelle disinfestazioni domestiche, mentre tra le cimici selvatiche la resistenza agli insetticidi è quasi inesistente. Anche questa caratteristica è un evidente adattamento alla pressione evolutiva da noi esercitata. Abbiamo ucciso milioni e milioni di cimici infestanti con lo stesso insetticida, fin quando non hanno iniziato a manifestarsi mutazioni che donavano la resistenza a molecole fino ad allora letali. A contatto con l’uomo, ceppi di cimici resistenti si sono sviluppati e riprodotti, fino a prendere quasi il sopravvento nella nuova popolazione di cimici evolutasi a nostro carico.

Nuova popolazione, oppure nuova specie? Perché due animali siano considerati di due specie diverse, occorre che siano leggibili differenze tra di loro, e che le popolazioni cui appartengono siano stabilmente isolate dal punto di vista riproduttivo. Possiamo quindi già parlare di due diverse specie di cimici? Una, la cimice dei letti originaria, infesta i pipistrelli nelle caverne; l’altra, quella che più meriterebbe il nome di cimice dei letti, è ospite dell’uomo.

La speciazione non è ancora avvenuta, poiché le due popolazioni sono separate dalla scelta degli ospiti, ma rimangono ancora molto simili tra loro, e seppure non identiche. Individui delle due popolazioni non si incontrano praticamente mai, ma per ora rimangono assolutamente interfertili. È per questo che, all’atto pratico possiamo parlare di due popolazioni distinguibili e ormai definitivamente separate tra loro, ma da un punto di vista teorico, la speciazione si può considerare in atto e non ancora terminata.

C’è qualcosa che noi disinfestatori possiamo sfruttare da questa nuova speciazione? Dobbiamo innanzitutto riconoscere la grande abilità dei nostri ospiti nell’adattarsi a noi, e ai nostri tentativi di contrastarli. La loro recentissima evoluzione ci racconta che in primo luogo li abbiamo inseguiti mentre fuggivano sui nostri giacigli, catturandone moltissimi, ma selezionando i più rapidi, quelli con le zampe più lunghe. Negli ultimi decenni abbiamo selezionati quelli resistenti agli insetticidi.

Curiosamente, da qualche anno sono le cimici ad avere assunto un ruolo attivo nella selezione del rivale. Tra i disinfestatori si è creata una grande differenza, tra chi usa sistemi chimici e vari altri procedimenti, tutti di natura fisica. I metodi fisici di disinfestazione, a base di calore o di freddo, o persino di semplice attrazione e cattura, sono tutti più complessi, perché richiedono massima attenzione e grande perizia da parte dell’operatore. Sono anche più costosi, oltre che per il motivo appena descritto, per la necessità di macchinari specifici. Tuttavia si può ipotizzare che siano destinati, se vogliamo insistere ad utilizzare un linguaggio evoluzionistico, ad avere il sopravvento. Fenomeni di resistenza al vapore o alla criodisinfestazione saranno ben difficili, se non impossibili da osservare. Restiamo alla finestra, e continueremo ad osservare le diatribe tra i nostri colleghi disinfestatori, senza formulare previsioni su quale pratica tra quelle fino ad ora proposte, alla fine prevarrà.

PRONTI AD INCONTRI CON AVVERSARI AGGRESSIVI

PRONTI AD INCONTRI CON AVVERSARI AGGRESSIVI

A proposito di Dispositivi di Protezione Individuale, una categoria molto particolare si può considerare riservata ai disinfestatori. Alcuni animali dei quali infatti ci occupiamo non sono affatto inoffensivi.

Abbiamo accennato la scorsa settimana al possibile morso dei ratti. Anche durante il più noioso controllo di derattizzazione, anche se è molto difficile, è comunque possibile imbattersi in un roditore vivo, sicuramente spaventato ed aggressivo. Si tratta di un’eventualità remota, ma potenzialmente pericolosissima. Un professionista degno di questo nome, dovrebbe essere preparato a questa evenienza. I guanti anti-taglio, lo abbiamo già detto, sono la prima e necessaria difesa in quest’ottica. Anche con i guanti, tuttavia, se d’improvviso ci troviamo un ratto a pochi centimetri dalle dita, è umano e istintivo fare un salto all’indietro. Una scena simile però, al cliente che ci vede, farebbe una cattiva impressione. Meglio quindi imparare una serie di gesti automatici, che impediscano di sorprendere un ratto o un topo e soprattutto, di farci sorprendere da esso: apriamo il contenitore di esca in modo da offrirgli un’eventuale via di fuga che non siano le nostre mani; annunciamo il nostro arrivo muovendo il contenitore stesso, o facendo rumore.

Sono comunque più concreti i rischi di imbatterci con un altro tipo di animali target. Più piccoli, ma molto più determinati ed aggressivi, gli artropodi in grado di arrecare seri danni all’uomo sono numerosi. Alcuni li incontriamo molto spesso.

Si parla comunemente di api, vespe e calabroni per indicare degli imenotteri a strisce gialle e nere. Sono designazioni molto approssimative, che possono indurre in errore e in falsi allarmi. Gli insetti che appartengono al taxon degli Aculeati, sono generalmente tutti dotati del ben noto pungiglione, ma sono pochi quelli dai quali difenderci.

Ad essere davvero pericolose sono ovviamente le specie gregarie, poiché quando ci imbattiamo in una colonia, più individui ci possono attaccare e pungere contemporaneamente. Avvicinarsi ad una colonia di vespe è pertanto un’operazione da svolgere con grande cautela. Durante una disinfestazione, occorre innanzitutto conoscere la specie con la quale si ha a che fare, e sapere così quanto si potrà rivelare aggressiva.

Gli sfecidi, ad esempio, sono una famiglia di vespe molto comuni, specie all’interno delle case. Sono solitarie o blandamente gregarie, implacabili cacciatrici di ragni, mentre nei nostri riguardi si rivelano sempre assai tolleranti. Tra le specie che formano colonie, i calabroni, appartenenti alla specie Vespa crabro, e le vespe di terra, Vespula germanica e simili, sono le più importanti per pericolosità e frequenza di ritrovamento. Polistes gallica è invece la vespa più diffusa su finestre e altri manufatti, ma è poco aggressiva, così come è molto rara, sebbene possibile, la puntura dei bombi, Bombus terrestris e simili.

La puntura di tutti questi insetti è più o meno dolorosa a seconda della specie che ci ha aggredito, di chi la subisce, e della zona del corpo colpita. Il pericolo vero non è però il dolore, ma la reazione allergica al veleno iniettato. In casi estremi, questa può portare ad uno shock anafilattico, ed è necessario rivolgersi ad un’assistenza specializzata. In qualunque località ci si trovi, specie se da soli, prima di iniziare il lavoro è meglio ripassare mentalmente a chi rivolgersi in caso di emergenza, e tenere il telefono a portata di mano, per prevenire il panico che, nel malaugurato caso di una serie di punture, potrebbe arrivare.

Mentre ci si avvicina al nido, e nella successiva disinfestazione, occorre sapersi muovere in modo da non allarmare gli insetti, o quando questo è inevitabile, nel non rendersi troppo visibili da parte loro. Identificare da dove viene la luce, prevedere come si comporteranno le vespe durante l’emergenza, e dove andranno istintivamente a cercare il loro nemico, è molto importante. Si ridurranno così quasi a zero le possibilità di incontri a tu per tu, e di conseguenti punture. La rimozione del favo dovrà avvenire nei tempi corretti. L’errore che abbiamo visto fare a molti non professionisti è tentare di gettarlo in un contenitore chiuso quando le vespe sono ancora vive; certo, è una pratica sbrigativa, ma molto molto pericolosa. Meglio eseguire prima la disinfestazione e poi la rimozione, lasciando qualche minuto di sicurezza tra le due fasi.

Infine l’abbigliamento: questo deve sigillare completamente il corpo, testa e mani comprese, senza lasciare alcun ingresso aperto agli insetti. Vespe e calabroni, durante una disinfestazione, possono diventare estremamente aggressivi, e quando riconoscono l’operatore come fonte di pericolo per il loro nido, non esitano ad attaccarlo. Oltre a stivali, o a normali calzature di sicurezza, ben allacciate, sono necessari guanti e tuta anti-punture. La tuta deve essere concepita in modo da potersi chiudere completamente con cerniere, per sigillare il corpo fin sulla testa. Questo è ancora più necessario per via del caldo che essa può procurare, che fa sudare l’operatore e che lo rende quindi più rintracciabile dagli organi olfattivi degli insetti. La tuta, d’altra parte, non può essere leggera, deve garantire uno spessore che non sia attraversabile dal pungiglione. In punti chiave, quale ad esempio la nuca, dove il tessuto si tende a diretto contatto con la pelle, lo spessore può comunque non essere sufficiente. Occorre perciò conoscere il proprio DPI, e rinforzarlo, indossando un cappello o vestiti spessi sotto la tuta. Davanti agli occhi si trovano le retine metalliche antinsetto; sono piuttosto rigide, e mentre le si indossa, vanno accomodate in modo che non tocchino pericolosamente il viso. I guanti infine, che nelle operazioni di disinfestazione proteggono la zona più esposta, dove una vespa arriva prima, devono essere specifici, in cuoio, e muniti di elastico che li saldino all’avambraccio.

Indossare tutto questo armamentario rende goffi e può sembrare non necessario, ed in effetti quasi mai lo è. Nessuno può però prevedere quando si farà una manovra sbagliata, che allarmi gli insetti, con esiti che potrebbero rivelarsi drammatici. È questo un altro caso nel quale mostrarsi molto prudenti non è affatto un sintomo di poca dimestichezza con il lavoro, ma anzi di massima professionalità.

Oltre a ratti e vespe, altri animali dai quali ci potremmo difendere sono gli ofidi, ovvero i serpenti, per allontanare i quali talvolta vengono chiamati i disinfestatori. Soltanto le vipere sono in grado di mordere l’uomo iniettandogli del veleno. L’esperienza ci insegna che quasi sempre i nostri interlocutori, e non solo le nostre interlocutrici, per una paura atavica tendono ad identificare come vipera qualunque serpente, anche il più innocuo. È vero che riconoscere una vipera, tenendosi ad una distanza di sicurezza, non è semplice ad un occhio inesperto. Si tenga però sempre presente che nel nostro territorio, il morso di una vipera può essere doloroso ma molto difficilmente è fatale. Inoltre, il serpente dei sette passi in Italia non esiste; anche il veleno delle nostre vipere più pericolose ha un’azione molto lenta all’interno del sistema circolatorio. Qualunque manovra di primo soccorso, dalla stretta con un laccio, all’aspirazione della puntura con la bocca, fino al siero antivipera del quale in passato si è abusato, è più pericolosa che risolutiva. Avvicinarsi senza eccessiva fretta ad un pronto soccorso, per cure specializzate, è sempre la scelta più saggia.

Non ci soffermiamo su ragni e scorpioni, le cui punture sono evitabili con i normali DPI che si indossano durante una disinfestazione. Gli ultimi animali potenzialmente aggressivi che citiamo sono le zanzare. Capita di agire in contesti dove in effetti la presenza di zanzare è tale da impedire di lavorare serenamente. Quando si può operare all’interno di un pick-up, finestrini alzati ed aria condizionata tengono lontano ogni problema, ma questo non è sempre possibile. Nei casi più gravi si può quindi ricorrere ad un equipaggiamento specifico; esistono tute e copricapi più leggeri e facili da indossare rispetto alle tute anti-puntura per le vespe. Di norma però per tenere lontane le zanzare, basta del repellente, sopra e sotto un abbigliamento non specifico. Se invece la situazione è insostenibile, avremo almeno buon gioco nel convincere il cliente ad operare in futuro un’attenta prevenzione.

ZANZARE

ZANZARE

Non conosciamo nessuno che apprezzi le zanzare. Con le loro punture possono toglierci il piacere delle serate fresche d’estate, e di notte basta il loro ronzio per negarci il sonno.

In Italia se ne conoscono circa 60 specie diverse. Alcune, come la zanzara anofele vettore della malaria, hanno rappresentato nei secoli scorsi una seria minaccia per la nostra salute, ed ora la loro diffusione è stata notevolmente ridotta. Altre, come la zanzara tigre Aedes albopictus, sono presenti sul nostro territorio solo da pochi anni.

La zanzara più comune da noi è Culex pipiens, di abitudini notturne. La zanzara tigre colpisce invece preferenzialmente nelle ore crepuscolari. Segnaliamo inoltre Ochleranthus caspius, fastidiosissima anche nelle ore del giorno, soprattutto nelle province risicole.
Chi non sa che zanzara sta combattendo, vi farà soltanto perdere tempo e denaro. Alcune zanzare sono in grado di volare per chilometri, altre non sono invece in grado di percorrere che poche decine di metri. Enormi sono anche le differenze riguardo alla riproduzione, per ricercare ed eliminare le larve.

Un attento sopralluogo porta a conoscere con chiarezza il problema da risolvere. Successivamente si pianificano più operazioni coordinate: con azione adulticida per dare immediato sollievo alle persone e, cosa di fondamentale importanza, con azione larvicida per interrompere il processo riproduttivo.
Chi non sa che zanzara sta combattendo, vi farà soltanto perdere tempo e denaro. Alcune zanzare sono in grado di volare per chilometri, altre non sono invece in grado di percorrere che poche decine di metri. Enormi sono anche le differenze riguardo alla riproduzione, per ricercare ed eliminare le larve.

Un attento sopralluogo porta a conoscere con chiarezza il problema da risolvere. Successivamente si pianificano più operazioni coordinate: con azione adulticida per dare immediato sollievo alle persone e, cosa di fondamentale importanza, con azione larvicida per interrompere il processo riproduttivo.

Nella lotta alle zanzare, è essenziale anche la collaborazione tra disinfestatore e cliente. A quest ultimo spetta il controllo puntuale dell’area trattata, per descrivere le abitudini delle zanzare e capire quindi di quali specie di tratti o, soprattutto a inizio stagione, per accorgersi dei periodi di sfarfallamento onde stabilire il calendario dei trattamenti.

DISINFESTAZIONE FORMICHE

DISINFESTAZIONE FORMICHE

È chiaro a tutti che non esiste un solo tipo di formica. Gli entomologi ne hanno classificate a tutt’oggi circa 12mila. Di queste, sono grossomodo una decina le specie che più spesso troviamo come ospiti indesiderate nelle nostre case e laboratori.

Ricavano il loro nido nelle più disparate fessure che si aprono dietro piastrelle e battiscopa o lungo gli impianti elettrici ed idraulici di un edificio. Talvolta sono in grado di colonizzare le travi e le perline di un soffitto, dove vengono talvolta confuse con dei tarli.

La lotta a questi animali è un’impresa di difficile soluzione. L’uso indiscriminato di insetticidi in polvere o in aerosol, spruzzati dove sono state viste passare le formiche, dà risultati poco durevoli, e in pochi giorni si ritorna punto e a capo.

Costruisce un formicaio con una singola regina? Oppure ha più regine? O produce invece una colonia di più formicai gemelli ed interdipendenti, con numerose regine? E quale esigenza alimentare ha la colonia in questo momento: proteine, zuccheri?

Si provvede innanzitutto alla raccolta di un esemplare e alla sua analisi microscopica, poiché è importante determinare di quale specie effettivamente si tratti.

Accertata la specie, si possono fare supposizioni su quanti formicai ci siano, e in quale correlazione tra loro. Decidiamo in base a ciò se combatterli con un’irrorazione diretta, o meglio con esche alimentari specifiche.

A proposito di gruppi di formicai è stato accertato come la formica argentina, portata in Europa dall’uomo, abbia formato un’unica, gigantesca colonia formata da miliardi di formicai gemelli, diffusa dalla Liguria alle coste del Portogallo. Non è però vero quanto riportato quasi ovunque secondo cui sarebbe obbligatoria per legge la sua eradicazione (R.D. 1266 del 01/07/1926 e D.M. del 27/04/1951): si tratta di ordinanze abrogate ormai da tempo (D.M. del 17/04/1998).

MOSCHE

MOSCHE

Le mosche hanno decisamente una pessima nomea: contendono alle zanzare il titolo di animali più fastidiosi quando ci volano attorno, ed agli scarafaggi il titolo di insetto del degrado, quando con le loro uova riescono ad infestare i cibi.

La più nota e diffusa è Musca domestica, ma ne esistono decine di altre specie, che fanno capo alle famiglie dei Muscidi, dei Calliphoridi e dei Sarcofagidi.

Posano le uova o le larve, direttamente sulla fonte di cibo. In pochi giorni, terminato l’accrescimento, affrontano la metamorfosi che le porta a volare e riprodursi di nuovo. Sono eccellenti volatrici, e si spostano fiutando il cibo a chilometri di distanza.

Qualche operatore privato, ma purtroppo anche alcuni enti pubblici, ricorrono di tanto in tanto al trattamento indiscriminato irrorando insetticida su estese superfici; queste “demuscazioni” sono illusorie e si rivelano anche costose ed inquinanti, per la gran quantità di insetticida disperso nelle vie.

Inutile dar retta a chi crede di poter eliminare completamente le mosche da un terrazzo o da un giardino, poiché è semplicemente impossibile. Ove si individuino focolai di nidificazione, siano essi letamai o immondezzai mal tenuti, è possibile ridurre il numero di mosche agendo su questi “poli di attrazione”.

Otteniamo risultati soddisfacenti combinando diverse tecniche, quali: trappole ad attrazione alimentare, irrorazione di prodotti con funzione dissuasiva/insetticida, cattura mediante lampade a luce attinica.

In ambienti chiusi, la creazione di un microclima sfavorevole, fresco e buio, oltre a dispositivi di esclusione quali le zanzariere, rimane la soluzione più semplice ed ecosostenibile.

DISINFESTAZIONE SCARAFAGGI

DISINFESTAZIONE SCARAFAGGI

Al termine scarafaggi in genere si associa la specie diffusa nelle cantine e nelle fognature: Blatta orientalis. Gli scarafaggi, o blatte, sono in realtà un gruppo enorme di insetti primordiali in grado di nutrirsi di qualunque materiale biologico presente in terra, nelle fessure e negli anfratti. Alcuni di loro si sono purtroppo specializzati ad abitare i luoghi frequentati dall’uomo, infestandoli.

Blattella germanica non è originaria delle Germania: viene dai paesi caldi, e prolifera spesso nei macchinari dove trova il suo microclima preferito, caldo e umido.

Suppella longipalpa è uno scarafaggio piuttosto frequente nei condomini, dove può passare da un appartamento all’altro percorrendo le condutture elettriche. Nelle nottate più calde, si può avvistare sui marciapiedi e sui muri delle case la Periplaneta americana, molto grossa e in grado di volare.

Una volta per eliminare gli scarafaggi il metodo più certo era il gas, pompato nei locali o nelle tubature. Migliaia di esemplari fuggivano o morivano. Questa è ormai una pratica desueta, che sortisce sì un grande effetto visivo, ma di poca durata, perché lascia numerosi scarafaggi ancora nascosti negli anfratti non raggiunti dal gas; nel giro di poche settimane, i sopravvissuti si riproducono e ricreano il problema esattamente come prima.

Ricorriamo ad un’esca alimentare in gel, riducendo drasticamente l’utilizzo di insetticidi potenzialmente pericolosi. La applichiamo nei punti più reconditi frequentati dalle blatte. Nei giorni successivi gli infestanti si nutrono dell’esca e muoiono, lasciando che le proprie carcasse, nascoste nelle tane, vengano consumate da altre blatte che ne muoiono a loro volta. È un effetto a cascata che dura per molte settimane, e che porta alla totale distruzione degli individui presenti.

È possibile operare in tutta sicurezza anche in presenza di altri operatori. Ad esempio, non è in alcun modo necessario sospendere le normali attività di cucina, durante la disinfestazione.

Per i professionisti delle industrie alimentari, interessati al metodo H.A.C.C.P. è comunque necessario procedere al monitoraggio degli insetti striscianti. Effettuiamo il monitoraggio con trappole specifiche collanti, che in caso di infestazioni modeste permettono di catturare tutti gli individui presenti, scongiurando un deterioramento della situazione.