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CIMICI DEI LETTI

CIMICI DEI LETTI

Si pensava che questo insetto appartenesse ormai definitivamente al nostro passato. È rimasto a lungo confinato nelle cronache di degrado della vita di povera gente o dei soldati al fronte. Le cimici dei letti si sono ripresentate, complice il recente boom dei trasporti aerei.

È un parassita che si nutre del nostro sangue. Di solito non lo vediamo: si nasconde nei cuscini, nei materassi, o comunque vicino a letti o divani, ed è molto rapido nel pungere e fuggire, normalmente di notte. Ci si accorge della sua presenza dal prurito e dai ponfi provocati dalle punture.

La casistica vede arrivare le cimici in casa più di frequente in seguito a: viaggi in Paesi caldi, oppure soggetti all’infestazione, come gli Stati Uniti; transiti in aeroporti ed alberghi di grande passaggio; acquisti di vestiti, valigie ed arredamenti usati o di dubbia provenienza.

Una volta stabilitesi le cimici in casa, una disinfestazione è purtroppo necessaria. Può rivelarsi una lotta molto fastidiosa, poiché è necessario vagliare con cura e nel caso trattare ogni mobile ed ogni oggetto presente in casa, fin dentro gli armadi. Materassi e cuscini devono essere smaltiti.

La tecnica più veloce ed efficiente è il trattamento con  vapore secco surriscaldato e insetticida residuale ove necessario.

Il vantaggio di questo metodo è l’eliminazione immediata delle cimici e delle uova tramite il vapore e, la permanenza sulle superfici dell’insetticida, è in grado di proseguire l’azione e uccidere le cimici non direttamente raggiunte dal trattamento, quando queste usciranno dal loro nascondiglio. Si assicura all’ambiente trattato una copertura prolungata nel tempo, che con tutti gli altri metodi è molto più difficile.

Negli alberghi e nelle comunità in genere è sempre opportuno intraprendere un’azione di monitoraggio dell’assenza di cimici. Ciò permette di rassicurare gli ospiti sulla pulizia scrupolosa, e di poter agire rapidamente con una disinfestazione, al primo focolaio di infestazione, abbattendo così enormemente i costi di un eventuale intervento.

LE CIMICI DEI LETTI HANNO APPENA INIZIATO LA LORO EVOLUZIONE

LE CIMICI DEI LETTI HANNO APPENA INIZIATO LA LORO EVOLUZIONE

Uno spettro si aggira per l’Europa, o meglio: un vampiro. Le leggende sui pipistrelli che di notte si nutrono del sangue di giovani vergini, potrebbero avere un sorprendente fondamento. Certo, non stiamo per rivelare che esistono davvero vampiri mutaforma, né pipistrelli in grado di succhiarci il sangue; partiamo dall’inizio.

È ormai accertato che le cimici dei letti vivono accanto a noi da parecchio tempo. La specie Cimex lectularius, in Europa, infesta i rifugi dei pipistrelli. Queste cimici attaccano i chirotteri esattamente come fanno con noi: succhiandone il sangue durante le fasi di riposo. Molti pipistrelli scelgono come posatoio le caverne, luoghi bui e dalla temperatura stabile, nelle quali per millenni anche consistenti gruppi di nostri progenitori europei si sono rifugiati. In questa fase, durata migliaia di anni, le cimici che vivevano nelle caverne, hanno potuto scegliere quale mammifero pungere: tra il pipistrello e l’uomo, fosse esso Homo neanderthalensis oppure H. sapiens. Quando i nostri progenitori hanno abbandonato le caverne, terminò la nostra convivenza con i pipistrelli, ma non quelle con le cimici, che non erano disposte a lasciare il loro nuovo ospite.

È possibile, diremmo anzi probabile, che qualcuno abbia incolpato i pipistrelli, e non le cimici, delle fastidiose punture che si trovavano sul collo dopo una notte di riposo, essendo i primi ben più visibili delle seconde. Ecco come sarebbe nata una leggenda ben diffusa in tutta Europa, e dura a morire. Come poi si sia arrivati a parlare di vampiri, di trasmutazione e di non-morti, ciò esula decisamente dal nostro campo di indagine! Preferiamo concentrarci qui sui molteplici interessanti aspetti evolutivi, osservati a carico delle cimici.

In primo luogo, Cimex lectularius avrebbe iniziato a pungere per primi i chirotteri, e non l’uomo. La storia evolutiva di questi mammiferi, e in particolare la loro presenza nelle caverne, è infatti molto più antica della nostra. Furono quindi loro ad incontrare, nelle cavità della roccia, degli emitteri in grado di nutrirsi del loro sangue.

Queste popolazioni selvatiche di Cimex lectularius, cavernicole e non sinantropiche, esistono tuttora, e sono state analizzate dal punto di vista genetico. Fanno quello che probabilmente avevano sempre fatto, da prima che noi arrivassimo in Europa, colonizzassimo le caverne e successivamente le abbandonassimo. Vivono in antri bui e umidi, e nell’oscurità si nutrono del sangue di mammiferi diversi da noi: i pipistrelli in primo luogo, ma presumibilmente qualunque altro mammifero col quale potrebbero venire a contatto.

Si tratta di popolazioni a prima vista estremamente simili a quelle sinantropiche, ma con alcune significative differenze. Innanzitutto, la diversità genetica tra le cimici selvatiche è molto ampia. Per ogni singolo gene, vengono osservati molti più alleli. Questo è un indizio che si tratta della popolazione originaria, dalla quale si è staccata ed evoluta la cimice sinantropica.

È stato studiato il flusso genico tra le cimici selvatiche e quelle sinantropiche, e tra diverse popolazioni di cimici selvatiche. Se tra le popolazioni selvatiche il flusso genico è molto scarso, tra le selvatiche e le sinantropiche questo è inesistente. Era un risultato prevedibile: infatti, per una cimice è difficile essere trasportata da un sito di rifugio ad un altro, potendovi così rimescolare il proprio patrimonio genetico. Perché ciò accada, è necessario che rimanga avvinghiata al suo animale ospite, un pipistrello, nel suo improbabile trasferimento da un grotta ad un’altra.

Ancora più improbabile, per non dire impossibile, è ormai il passaggio di una cimice da pipistrello a uomo. Ai fini della riproduzione, e del rimescolamento genetico, le due tipologie di cimici sono quindi ormai separate tra loro.

Il patrimonio genetico delle cimici sinantropiche è più povero delle selvatiche, e questo dato è in linea con una regola comune della speciazione, il fenomeno di creazione di una nuova specie. Quella che supponiamo sia in atto, è una speciazione simpatrica, che avviene cioè non per isolamento geografico di due popolazioni in origine identiche, ma per meccanismi più sottili: in questo caso per la scelta di un nuovo ospite da parassitare, e per il cambiamento di habitat da parte di questo ospite: l’uomo, che non vive più nelle caverne.

Cimex lectularius sta quindi distaccando dalla specie originaria infestante i pipistrelli, una seconda specie che infesta l’uomo. Gli individui che hanno seguito l’uomo nell’abbandono delle caverne erano relativamente pochi; povero fu quindi il patrimonio genetico, ovverossia il numero di alleli per ogni singolo gene, che portarono con sé. La scarsa biodiversità della popolazione sinantropica non le ha tolto in questi pochi millenni una certa plasticità evolutiva, consentendole di cambiare alcune sue caratteristiche in modo rapido, e lottare ogni notte con il suo ospite, che ha provato in tutti i modi a liberarsi di lei.

Questa lotta tra parassita e ospite ha operato fin qui la spinta maggiore nella differenziazione evolutiva delle cimici dei letti. Le zampe delle cimici sinantropiche sono tendenzialmente più lunghe di quelle che infestano i chirotteri; ciò dimostra che sono più veloci, maggiormente costrette a fuggire dai nostri attacchi.

La seconda differenza riguarda la resistenza agli insetticidi. Il 90% delle cimici dei letti sono resistenti agli insetticidi piretroidi, il gruppo più utilizzato nelle disinfestazioni domestiche, mentre tra le cimici selvatiche la resistenza agli insetticidi è quasi inesistente. Anche questa caratteristica è un evidente adattamento alla pressione evolutiva da noi esercitata. Abbiamo ucciso milioni e milioni di cimici infestanti con lo stesso insetticida, fin quando non hanno iniziato a manifestarsi mutazioni che donavano la resistenza a molecole fino ad allora letali. A contatto con l’uomo, ceppi di cimici resistenti si sono sviluppati e riprodotti, fino a prendere quasi il sopravvento nella nuova popolazione di cimici evolutasi a nostro carico.

Nuova popolazione, oppure nuova specie? Perché due animali siano considerati di due specie diverse, occorre che siano leggibili differenze tra di loro, e che le popolazioni cui appartengono siano stabilmente isolate dal punto di vista riproduttivo. Possiamo quindi già parlare di due diverse specie di cimici? Una, la cimice dei letti originaria, infesta i pipistrelli nelle caverne; l’altra, quella che più meriterebbe il nome di cimice dei letti, è ospite dell’uomo.

La speciazione non è ancora avvenuta, poiché le due popolazioni sono separate dalla scelta degli ospiti, ma rimangono ancora molto simili tra loro, e seppure non identiche. Individui delle due popolazioni non si incontrano praticamente mai, ma per ora rimangono assolutamente interfertili. È per questo che, all’atto pratico possiamo parlare di due popolazioni distinguibili e ormai definitivamente separate tra loro, ma da un punto di vista teorico, la speciazione si può considerare in atto e non ancora terminata.

C’è qualcosa che noi disinfestatori possiamo sfruttare da questa nuova speciazione? Dobbiamo innanzitutto riconoscere la grande abilità dei nostri ospiti nell’adattarsi a noi, e ai nostri tentativi di contrastarli. La loro recentissima evoluzione ci racconta che in primo luogo li abbiamo inseguiti mentre fuggivano sui nostri giacigli, catturandone moltissimi, ma selezionando i più rapidi, quelli con le zampe più lunghe. Negli ultimi decenni abbiamo selezionati quelli resistenti agli insetticidi.

Curiosamente, da qualche anno sono le cimici ad avere assunto un ruolo attivo nella selezione del rivale. Tra i disinfestatori si è creata una grande differenza, tra chi usa sistemi chimici e vari altri procedimenti, tutti di natura fisica. I metodi fisici di disinfestazione, a base di calore o di freddo, o persino di semplice attrazione e cattura, sono tutti più complessi, perché richiedono massima attenzione e grande perizia da parte dell’operatore. Sono anche più costosi, oltre che per il motivo appena descritto, per la necessità di macchinari specifici. Tuttavia si può ipotizzare che siano destinati, se vogliamo insistere ad utilizzare un linguaggio evoluzionistico, ad avere il sopravvento. Fenomeni di resistenza al vapore o alla criodisinfestazione saranno ben difficili, se non impossibili da osservare. Restiamo alla finestra, e continueremo ad osservare le diatribe tra i nostri colleghi disinfestatori, senza formulare previsioni su quale pratica tra quelle fino ad ora proposte, alla fine prevarrà.

PRONTI AD INCONTRI CON AVVERSARI AGGRESSIVI

PRONTI AD INCONTRI CON AVVERSARI AGGRESSIVI

A proposito di Dispositivi di Protezione Individuale, una categoria molto particolare si può considerare riservata ai disinfestatori. Alcuni animali dei quali infatti ci occupiamo non sono affatto inoffensivi.

Abbiamo accennato la scorsa settimana al possibile morso dei ratti. Anche durante il più noioso controllo di derattizzazione, anche se è molto difficile, è comunque possibile imbattersi in un roditore vivo, sicuramente spaventato ed aggressivo. Si tratta di un’eventualità remota, ma potenzialmente pericolosissima. Un professionista degno di questo nome, dovrebbe essere preparato a questa evenienza. I guanti anti-taglio, lo abbiamo già detto, sono la prima e necessaria difesa in quest’ottica. Anche con i guanti, tuttavia, se d’improvviso ci troviamo un ratto a pochi centimetri dalle dita, è umano e istintivo fare un salto all’indietro. Una scena simile però, al cliente che ci vede, farebbe una cattiva impressione. Meglio quindi imparare una serie di gesti automatici, che impediscano di sorprendere un ratto o un topo e soprattutto, di farci sorprendere da esso: apriamo il contenitore di esca in modo da offrirgli un’eventuale via di fuga che non siano le nostre mani; annunciamo il nostro arrivo muovendo il contenitore stesso, o facendo rumore.

Sono comunque più concreti i rischi di imbatterci con un altro tipo di animali target. Più piccoli, ma molto più determinati ed aggressivi, gli artropodi in grado di arrecare seri danni all’uomo sono numerosi. Alcuni li incontriamo molto spesso.

Si parla comunemente di api, vespe e calabroni per indicare degli imenotteri a strisce gialle e nere. Sono designazioni molto approssimative, che possono indurre in errore e in falsi allarmi. Gli insetti che appartengono al taxon degli Aculeati, sono generalmente tutti dotati del ben noto pungiglione, ma sono pochi quelli dai quali difenderci.

Ad essere davvero pericolose sono ovviamente le specie gregarie, poiché quando ci imbattiamo in una colonia, più individui ci possono attaccare e pungere contemporaneamente. Avvicinarsi ad una colonia di vespe è pertanto un’operazione da svolgere con grande cautela. Durante una disinfestazione, occorre innanzitutto conoscere la specie con la quale si ha a che fare, e sapere così quanto si potrà rivelare aggressiva.

Gli sfecidi, ad esempio, sono una famiglia di vespe molto comuni, specie all’interno delle case. Sono solitarie o blandamente gregarie, implacabili cacciatrici di ragni, mentre nei nostri riguardi si rivelano sempre assai tolleranti. Tra le specie che formano colonie, i calabroni, appartenenti alla specie Vespa crabro, e le vespe di terra, Vespula germanica e simili, sono le più importanti per pericolosità e frequenza di ritrovamento. Polistes gallica è invece la vespa più diffusa su finestre e altri manufatti, ma è poco aggressiva, così come è molto rara, sebbene possibile, la puntura dei bombi, Bombus terrestris e simili.

La puntura di tutti questi insetti è più o meno dolorosa a seconda della specie che ci ha aggredito, di chi la subisce, e della zona del corpo colpita. Il pericolo vero non è però il dolore, ma la reazione allergica al veleno iniettato. In casi estremi, questa può portare ad uno shock anafilattico, ed è necessario rivolgersi ad un’assistenza specializzata. In qualunque località ci si trovi, specie se da soli, prima di iniziare il lavoro è meglio ripassare mentalmente a chi rivolgersi in caso di emergenza, e tenere il telefono a portata di mano, per prevenire il panico che, nel malaugurato caso di una serie di punture, potrebbe arrivare.

Mentre ci si avvicina al nido, e nella successiva disinfestazione, occorre sapersi muovere in modo da non allarmare gli insetti, o quando questo è inevitabile, nel non rendersi troppo visibili da parte loro. Identificare da dove viene la luce, prevedere come si comporteranno le vespe durante l’emergenza, e dove andranno istintivamente a cercare il loro nemico, è molto importante. Si ridurranno così quasi a zero le possibilità di incontri a tu per tu, e di conseguenti punture. La rimozione del favo dovrà avvenire nei tempi corretti. L’errore che abbiamo visto fare a molti non professionisti è tentare di gettarlo in un contenitore chiuso quando le vespe sono ancora vive; certo, è una pratica sbrigativa, ma molto molto pericolosa. Meglio eseguire prima la disinfestazione e poi la rimozione, lasciando qualche minuto di sicurezza tra le due fasi.

Infine l’abbigliamento: questo deve sigillare completamente il corpo, testa e mani comprese, senza lasciare alcun ingresso aperto agli insetti. Vespe e calabroni, durante una disinfestazione, possono diventare estremamente aggressivi, e quando riconoscono l’operatore come fonte di pericolo per il loro nido, non esitano ad attaccarlo. Oltre a stivali, o a normali calzature di sicurezza, ben allacciate, sono necessari guanti e tuta anti-punture. La tuta deve essere concepita in modo da potersi chiudere completamente con cerniere, per sigillare il corpo fin sulla testa. Questo è ancora più necessario per via del caldo che essa può procurare, che fa sudare l’operatore e che lo rende quindi più rintracciabile dagli organi olfattivi degli insetti. La tuta, d’altra parte, non può essere leggera, deve garantire uno spessore che non sia attraversabile dal pungiglione. In punti chiave, quale ad esempio la nuca, dove il tessuto si tende a diretto contatto con la pelle, lo spessore può comunque non essere sufficiente. Occorre perciò conoscere il proprio DPI, e rinforzarlo, indossando un cappello o vestiti spessi sotto la tuta. Davanti agli occhi si trovano le retine metalliche antinsetto; sono piuttosto rigide, e mentre le si indossa, vanno accomodate in modo che non tocchino pericolosamente il viso. I guanti infine, che nelle operazioni di disinfestazione proteggono la zona più esposta, dove una vespa arriva prima, devono essere specifici, in cuoio, e muniti di elastico che li saldino all’avambraccio.

Indossare tutto questo armamentario rende goffi e può sembrare non necessario, ed in effetti quasi mai lo è. Nessuno può però prevedere quando si farà una manovra sbagliata, che allarmi gli insetti, con esiti che potrebbero rivelarsi drammatici. È questo un altro caso nel quale mostrarsi molto prudenti non è affatto un sintomo di poca dimestichezza con il lavoro, ma anzi di massima professionalità.

Oltre a ratti e vespe, altri animali dai quali ci potremmo difendere sono gli ofidi, ovvero i serpenti, per allontanare i quali talvolta vengono chiamati i disinfestatori. Soltanto le vipere sono in grado di mordere l’uomo iniettandogli del veleno. L’esperienza ci insegna che quasi sempre i nostri interlocutori, e non solo le nostre interlocutrici, per una paura atavica tendono ad identificare come vipera qualunque serpente, anche il più innocuo. È vero che riconoscere una vipera, tenendosi ad una distanza di sicurezza, non è semplice ad un occhio inesperto. Si tenga però sempre presente che nel nostro territorio, il morso di una vipera può essere doloroso ma molto difficilmente è fatale. Inoltre, il serpente dei sette passi in Italia non esiste; anche il veleno delle nostre vipere più pericolose ha un’azione molto lenta all’interno del sistema circolatorio. Qualunque manovra di primo soccorso, dalla stretta con un laccio, all’aspirazione della puntura con la bocca, fino al siero antivipera del quale in passato si è abusato, è più pericolosa che risolutiva. Avvicinarsi senza eccessiva fretta ad un pronto soccorso, per cure specializzate, è sempre la scelta più saggia.

Non ci soffermiamo su ragni e scorpioni, le cui punture sono evitabili con i normali DPI che si indossano durante una disinfestazione. Gli ultimi animali potenzialmente aggressivi che citiamo sono le zanzare. Capita di agire in contesti dove in effetti la presenza di zanzare è tale da impedire di lavorare serenamente. Quando si può operare all’interno di un pick-up, finestrini alzati ed aria condizionata tengono lontano ogni problema, ma questo non è sempre possibile. Nei casi più gravi si può quindi ricorrere ad un equipaggiamento specifico; esistono tute e copricapi più leggeri e facili da indossare rispetto alle tute anti-puntura per le vespe. Di norma però per tenere lontane le zanzare, basta del repellente, sopra e sotto un abbigliamento non specifico. Se invece la situazione è insostenibile, avremo almeno buon gioco nel convincere il cliente ad operare in futuro un’attenta prevenzione.

ZANZARE

ZANZARE

Non conosciamo nessuno che apprezzi le zanzare. Con le loro punture possono toglierci il piacere delle serate fresche d’estate, e di notte basta il loro ronzio per negarci il sonno.

In Italia se ne conoscono circa 60 specie diverse. Alcune, come la zanzara anofele vettore della malaria, hanno rappresentato nei secoli scorsi una seria minaccia per la nostra salute, ed ora la loro diffusione è stata notevolmente ridotta. Altre, come la zanzara tigre Aedes albopictus, sono presenti sul nostro territorio solo da pochi anni.

La zanzara più comune da noi è Culex pipiens, di abitudini notturne. La zanzara tigre colpisce invece preferenzialmente nelle ore crepuscolari. Segnaliamo inoltre Ochleranthus caspius, fastidiosissima anche nelle ore del giorno, soprattutto nelle province risicole.
Chi non sa che zanzara sta combattendo, vi farà soltanto perdere tempo e denaro. Alcune zanzare sono in grado di volare per chilometri, altre non sono invece in grado di percorrere che poche decine di metri. Enormi sono anche le differenze riguardo alla riproduzione, per ricercare ed eliminare le larve.

Un attento sopralluogo porta a conoscere con chiarezza il problema da risolvere. Successivamente si pianificano più operazioni coordinate: con azione adulticida per dare immediato sollievo alle persone e, cosa di fondamentale importanza, con azione larvicida per interrompere il processo riproduttivo.
Chi non sa che zanzara sta combattendo, vi farà soltanto perdere tempo e denaro. Alcune zanzare sono in grado di volare per chilometri, altre non sono invece in grado di percorrere che poche decine di metri. Enormi sono anche le differenze riguardo alla riproduzione, per ricercare ed eliminare le larve.

Un attento sopralluogo porta a conoscere con chiarezza il problema da risolvere. Successivamente si pianificano più operazioni coordinate: con azione adulticida per dare immediato sollievo alle persone e, cosa di fondamentale importanza, con azione larvicida per interrompere il processo riproduttivo.

Nella lotta alle zanzare, è essenziale anche la collaborazione tra disinfestatore e cliente. A quest ultimo spetta il controllo puntuale dell’area trattata, per descrivere le abitudini delle zanzare e capire quindi di quali specie di tratti o, soprattutto a inizio stagione, per accorgersi dei periodi di sfarfallamento onde stabilire il calendario dei trattamenti.

DISINFESTAZIONE FORMICHE

DISINFESTAZIONE FORMICHE

È chiaro a tutti che non esiste un solo tipo di formica. Gli entomologi ne hanno classificate a tutt’oggi circa 12mila. Di queste, sono grossomodo una decina le specie che più spesso troviamo come ospiti indesiderate nelle nostre case e laboratori.

Ricavano il loro nido nelle più disparate fessure che si aprono dietro piastrelle e battiscopa o lungo gli impianti elettrici ed idraulici di un edificio. Talvolta sono in grado di colonizzare le travi e le perline di un soffitto, dove vengono talvolta confuse con dei tarli.

La lotta a questi animali è un’impresa di difficile soluzione. L’uso indiscriminato di insetticidi in polvere o in aerosol, spruzzati dove sono state viste passare le formiche, dà risultati poco durevoli, e in pochi giorni si ritorna punto e a capo.

Costruisce un formicaio con una singola regina? Oppure ha più regine? O produce invece una colonia di più formicai gemelli ed interdipendenti, con numerose regine? E quale esigenza alimentare ha la colonia in questo momento: proteine, zuccheri?

Si provvede innanzitutto alla raccolta di un esemplare e alla sua analisi microscopica, poiché è importante determinare di quale specie effettivamente si tratti.

Accertata la specie, si possono fare supposizioni su quanti formicai ci siano, e in quale correlazione tra loro. Decidiamo in base a ciò se combatterli con un’irrorazione diretta, o meglio con esche alimentari specifiche.

A proposito di gruppi di formicai è stato accertato come la formica argentina, portata in Europa dall’uomo, abbia formato un’unica, gigantesca colonia formata da miliardi di formicai gemelli, diffusa dalla Liguria alle coste del Portogallo. Non è però vero quanto riportato quasi ovunque secondo cui sarebbe obbligatoria per legge la sua eradicazione (R.D. 1266 del 01/07/1926 e D.M. del 27/04/1951): si tratta di ordinanze abrogate ormai da tempo (D.M. del 17/04/1998).

MOSCHE

MOSCHE

Le mosche hanno decisamente una pessima nomea: contendono alle zanzare il titolo di animali più fastidiosi quando ci volano attorno, ed agli scarafaggi il titolo di insetto del degrado, quando con le loro uova riescono ad infestare i cibi.

La più nota e diffusa è Musca domestica, ma ne esistono decine di altre specie, che fanno capo alle famiglie dei Muscidi, dei Calliphoridi e dei Sarcofagidi.

Posano le uova o le larve, direttamente sulla fonte di cibo. In pochi giorni, terminato l’accrescimento, affrontano la metamorfosi che le porta a volare e riprodursi di nuovo. Sono eccellenti volatrici, e si spostano fiutando il cibo a chilometri di distanza.

Qualche operatore privato, ma purtroppo anche alcuni enti pubblici, ricorrono di tanto in tanto al trattamento indiscriminato irrorando insetticida su estese superfici; queste “demuscazioni” sono illusorie e si rivelano anche costose ed inquinanti, per la gran quantità di insetticida disperso nelle vie.

Inutile dar retta a chi crede di poter eliminare completamente le mosche da un terrazzo o da un giardino, poiché è semplicemente impossibile. Ove si individuino focolai di nidificazione, siano essi letamai o immondezzai mal tenuti, è possibile ridurre il numero di mosche agendo su questi “poli di attrazione”.

Otteniamo risultati soddisfacenti combinando diverse tecniche, quali: trappole ad attrazione alimentare, irrorazione di prodotti con funzione dissuasiva/insetticida, cattura mediante lampade a luce attinica.

In ambienti chiusi, la creazione di un microclima sfavorevole, fresco e buio, oltre a dispositivi di esclusione quali le zanzariere, rimane la soluzione più semplice ed ecosostenibile.

DISINFESTAZIONE SCARAFAGGI

DISINFESTAZIONE SCARAFAGGI

Al termine scarafaggi in genere si associa la specie diffusa nelle cantine e nelle fognature: Blatta orientalis. Gli scarafaggi, o blatte, sono in realtà un gruppo enorme di insetti primordiali in grado di nutrirsi di qualunque materiale biologico presente in terra, nelle fessure e negli anfratti. Alcuni di loro si sono purtroppo specializzati ad abitare i luoghi frequentati dall’uomo, infestandoli.

Blattella germanica non è originaria delle Germania: viene dai paesi caldi, e prolifera spesso nei macchinari dove trova il suo microclima preferito, caldo e umido.

Suppella longipalpa è uno scarafaggio piuttosto frequente nei condomini, dove può passare da un appartamento all’altro percorrendo le condutture elettriche. Nelle nottate più calde, si può avvistare sui marciapiedi e sui muri delle case la Periplaneta americana, molto grossa e in grado di volare.

Una volta per eliminare gli scarafaggi il metodo più certo era il gas, pompato nei locali o nelle tubature. Migliaia di esemplari fuggivano o morivano. Questa è ormai una pratica desueta, che sortisce sì un grande effetto visivo, ma di poca durata, perché lascia numerosi scarafaggi ancora nascosti negli anfratti non raggiunti dal gas; nel giro di poche settimane, i sopravvissuti si riproducono e ricreano il problema esattamente come prima.

Ricorriamo ad un’esca alimentare in gel, riducendo drasticamente l’utilizzo di insetticidi potenzialmente pericolosi. La applichiamo nei punti più reconditi frequentati dalle blatte. Nei giorni successivi gli infestanti si nutrono dell’esca e muoiono, lasciando che le proprie carcasse, nascoste nelle tane, vengano consumate da altre blatte che ne muoiono a loro volta. È un effetto a cascata che dura per molte settimane, e che porta alla totale distruzione degli individui presenti.

È possibile operare in tutta sicurezza anche in presenza di altri operatori. Ad esempio, non è in alcun modo necessario sospendere le normali attività di cucina, durante la disinfestazione.

Per i professionisti delle industrie alimentari, interessati al metodo H.A.C.C.P. è comunque necessario procedere al monitoraggio degli insetti striscianti. Effettuiamo il monitoraggio con trappole specifiche collanti, che in caso di infestazioni modeste permettono di catturare tutti gli individui presenti, scongiurando un deterioramento della situazione.

ATTENZIONE A VESPE E CALABRONI

ATTENZIONE A VESPE E CALABRONI

Tutte le vespe spendono la loro estate costruendo un nido nel quale allevano i nuovi nati dell’anno. I nidi sono sempre più grossi con il passare dei mesi, ed al ritorno dalle vacanze non è raro avere sorprese sgradite.

Polistes gallicus è la vespa più comune, e fortunatamente la più inoffensiva. Tuttavia, un favo di questa vespa tra agosto e settembre può diventare grosso come una mano. Vanno ispezionate le persiane delle finestre, le verande, ed altri ripari, preferibilmente in legno, frequentati in quantità dalle vespe.

I nidi di Vespa crabro alla fine dell’estate raggiungono dimensioni impressionanti. Non di rado occupano l’intero vano di un cassonetto della tapparella, o di un camino che è rimasto inutilizzato nei mesi caldi.

La rimozione di un favo di calabroni richiede l’intervento di professionista, perché uno sciame attaccato può diventare estremamente pericoloso. Contattate DISinFESTA al numero 320 899 2207 o via mail a info@disinfesta.net.

DISinFESTA risolve tutti i problemi di vespe e calabroni, compresa:

– rimozione del favo eventualmente identificato
– irrorazione preventiva, finalizzata alla dissuasione sopra tetti, sotto spioventi, verande e tettoie

DISinFESTA: pronto intervento vespe e calabroni 320 899 2207

E’ PROPRIO NECESSARIO FARGLI DEL MALE?

E’ PROPRIO NECESSARIO FARGLI DEL MALE?

Ecco la domanda chiave. Ogni volta che raccontiamo a qualcuno qual è il nostro lavoro, a qualcuno che non sa nulla del nostro settore, appena scopre che siamo disinfestatori, la risposta è questa. È proprio necessario ucciderli questi poveri animali? Certo, scarafaggi e topi sono brutte bestiacce, ma ucciderli…

Si tratta di una domanda ingenua, certo, ma non occorre ricordare che più sono semplici, le domande, più sono importanti. Ogni giorno, nel nostro mestiere, diamo per scontato che topi e scarafaggi vanno uccisi.

È inutile elencare i mille buoni motivi per cui non si può affatto convivere con questi animali, anzi, con questi infestanti. La repulsione che proviamo alla loro vista è atavica, è entrata nella nostra coscienza collettiva dopo che per millenni essi ci hanno conteso il cibo e la tana. Non è da ieri infatti che determinati animali sono considerati nostri nemici. Dal primo giorno che l’uomo ha accantonato del cibo per la cena di domani, scarafaggi e ratti hanno iniziato a contendergli le riserve, riuscendo talvolta a rovinarle. Lo stesso è accaduto con i nostri rifugi, nei quali si sono sempre insediati volentieri anche i ragni, altro animale per il quale molti di noi hanno un’istintiva repulsione. È ormai scritto nei nostri geni; si può ben dire che la natura ci ha fatti rivali.

Oggi però la nostra cultura si è evoluta. Il nostro rapporto con le altre forme di vita è per certi versi più ingenuo rispetto qualche generazione fa, per altri versi più complesso.

Ci siamo staccati, noi figli dell’era industriale, dagli animali e dalla natura in genere, e ora dobbiamo impegnarci a riscrivere il nostro rapporto con essa. Per i nostri avi, animali e piante erano oggetti utili: alcuni di essi erano amici, altri nemici, altri semplicemente indifferenti. Esistevano le piante officinali, da utilizzare in farmacia, le piante e i funghi velenosi, da eliminare, le piante di cui nutrirsi, quelle per fare legna, o tessuti, e poco altro. Nessuno certo, fino a due secoli fa, si era preoccupato di classificare le primule endemiche delle alpi, poiché semplicemente non interessavano.

Ugualmente gli animali potevano essere amici dell’uomo, il cane o il gatto per differenti ragioni, o nutrimento, come animali da cortile o cacciagione o pescagione. Poi c’erano animali da combattere, perché nostri rivali: i lupi, che minacciavano le attività di allevamento; le cavallette, responsabili di devastazioni sulle colture; nemici che sono diventati archetipi, o modi di dire.

C’erano decisamente poche domande da porsi. Valeva la pena di combattere i lupi? Certo che sì, e qualunque mezzo era lecito. Purtroppo, aggiungiamo noi con la cultura di oggi.

L’inimicizia verso gli infestanti ha quindi una lunghissima storia alle spalle, è antica quanto la nostra cultura. Oggi però qualcuno di noi la elabora, secondo schemi diversi.

Seguendo un metodo puramente utilitaristico, sulle orme di quanto pensavano i nostri nonni, piante animali batteri, ogni essere vivente, possono tuttora essere visti semplicemente come utili, inutili o dannosi. È l’opinione di molti, credo della maggioranza di noi. Pochi si opporrebbero allo sterminio totale del virus del morbillo. Questo allorché è dimostrato che questo essere vivente, il virus del morbillo, altro non fa che mettere in pericolo la nostra esistenza. Spingendoci un gradino più in là, non sono molti di meno, quelli di noi che si opporrebbero alla morte di tutte le zanzare. Anche se un ecologo ci potrebbe insegnare che il loro ruolo non è soltanto pungerci, ma dare nutrimento: in fase larvale a parecchi animali acquatici e in fase adulta a pipistrelli ed uccelli.

Sapendo che questo è il danno, abbiamo ancora il diritto di decretare la morte di tutte le zanzare? Ad un recente corso, il cui argomento era la protezione della biodiversità, nel test finale dopo sei giornate di incontri, a tutti ho chiesto se l’uomo con le sue azioni aumenta o diminuisce la biodiversità, e se questo sia o non sia un problema. Ancora una volta, domande che sembrano banali, ma che hanno trovato risposte per me sorprendenti. Non è un caso isolato quello di chi mi ha risposto che è buona cosa che l’uomo diminuisca la biodiversità laddove ci sono ad esempio insetti dannosi, e la aumenti dove invece ci sono esseri viventi utili, quali i funghi dai quali estraiamo antibiotici. Magari fossimo così razionali ed onnipotenti, ho commentato tra me e me leggendo questa risposta.

La verità è che sappiamo davvero poco. Sappiamo soltanto che la natura è così complessa, con una serie praticamente infinita di interconnessioni, tali che ogni nostra azione, la si ritenga buona o cattiva, ha sicuramente effetti che non sappiamo calcolare. Per giunta, spesso non sappiamo neppure all’inizio cosa è utile o inutile a noi in natura, ma questo è un altro discorso ancora.

La soluzione ad un problema così complesso può essere semplicissima: paura di far danni? Meglio non fare nulla.

Dei miei conoscenti sono stati di recente ospiti di una famiglia di Amsterdam: bella casetta nel centro storico, molto suggestiva. Tutto perfetto tranne un piccolo particolare: topolini che girano liberamente per la cucina alla ricerca degli avanzi. Sembrerebbe che la ben nota tolleranza di quella città si sia estesa anche a questi sgraditi ospiti. È certamente una storia gonfiata, ma ci dovrebbe aprire gli occhi sul fatto che nulla è scontato. Neppure l’idea di combattere i topi e scacciarli dalle nostre case.

Torneremo in futuro sull’argomento, ma dobbiamo considerare che l’idea degli esseri viventi visti come nostri strumenti di benessere o malessere non è universale. Non tutti hanno la bibbia come fondamento della loro cultura, ed il nostro compito di “dominare sui pesci sul bestiame e su tutte gli animali selvatici” non è accettato da tutti.

Torniamo ora alla domanda iniziale. C’è chi i topolini li trova così belli da addirittura allevarli come animali da compagnia. Qualcuno ne ha fatto il più popolare protagonista dei cartoni animati. Accennavamo prima alla nostra ingenuità nei confronti della natura: sette miliardi o quasi di esseri umani conoscono il topolino antropomorfo dei cartoni, quanti hanno invece mai visto da vicino un topo vero in carne ed ossa? E noi che li combattiamo? Siamo forse esseri primitivi, o senza cuore?

La risposta non è univoca. Ci sono leggi e regolamenti, sia a livello europeo che statale, che impongono determinati standard igienici, e di conseguenza decretano come sia necessario l’allontanamento di alcune specie infestanti, o la distruzione di altre specie, considerate flagelli potenzialmente pericolosi. Flagelli come il punteruolo rosso delle palme andrebbero distrutti, se solo ne fossimo in grado. Topi e scarafaggi vanno allontanati.

Nessuno si permette di pensare che entrando in un ristorante sarebbe accettabile notare dei ratti che scorrazzano in cucina. Ma anche nelle case private: se qualcuno volesse tollerare gli scarafaggi, metterebbe in pericolo la propria salute e quella dei suoi vicini, esponendoli a un forte rischio di infestazione proveniente dal suo appartamento, il che non è tollerabile.

Il disinfestatore in tutti questi casi deve assolutamente intervenire. E nel suo intervento, il disinfestatore ha un ben preciso ordine di priorità: in primo luogo si propone l’allontanamento dell’infestante, in secondo luogo si impone l’utilizzo di metodi il meno possibile violenti e distruttivi. Abbiamo a disposizione veleni e metodi di dissuasione. I primi portano alla morte di topi e scarafaggi, con i secondi possiamo evitare che nuove infestazioni in futuro si ripropongano nello stesso luogo.

A chi ci obbietta che forse anche questi animali non meritano di morire dobbiamo però prestare il dovuto ascolto. La loro preoccupazione talvolta è legittima, e noi disinfestatori dovremmo rimproverarci di non essercela posta per primi.

In questi casi è necessario il dialogo col cliente. Voglio che lei mi elimini le formiche dal giardino, passeggiavo ieri nel prato e lei non sa quanti formicai ci sono. È davvero un problema, questo? Decisamente no. Ecco un caso, banale ma frequente, nel quale ci si deve dire no, questi animali non devono essere oggetto di disinfestazione. Con un dialogo franco, il cliente deve essere persuaso a non intervenire. Sarà possibile, e in molti casi utile, agire con pratiche di dissuasione, impedendo a queste formiche di trovare ad esempio la via di casa, dove potrebbero formare colonie all’interno dei muri, o depredare i cibi della nostra cucina. Ma nel prato no, lì non abbiamo il dovere, né il diritto, di intervenire.

Eliminare certuni infestanti, allontanarne altri, essere saggi e indifferenti con altri ancora. Questa la complessa soluzione ad una domanda che sembrava ingenua.

CONTRO LE ZANZARE, UNITI SI VINCE!

CONTRO LE ZANZARE, UNITI SI VINCE!

Si avvicina la stagione calda. In questo momento le uova di Aedes albopictus, la zanzara tigre, stanno per schiudersi e formare larve nelle cavità degli alberi, sotto foglie e siepi, ovunque ci sia semplicemente umidità. 

L’altra zanzara più comune, Culex pipiens, ha trascorso invece la stagione fredda come individuo adulto: dentro a cantine, tombini, ovunque il freddo non sia stato intenso ha potuto sopravvivere, e nelle giornate di sole compie i primi voli per cercare un partner e deporre le uova. 

Cosa fare? 

DISinFESTA vi offre un pacchetto personalizzato di interventi. 

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1° intervento: trattamento adulticida con atomizzatore + trattamento larvicida con ispezione e disinfestazione dei tombini e di tutti i siti di nidificazione. 
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