OCCHIO AI PINI, E’ TEMPO DI PROCESSIONARIA

E’ tempo di processionaria. Molti alberi ne vanno soggetti: i più esposti sono però le conifere, in particolare i pini. Alla fine dell’inverno si notano dei batuffoli bianchi in cima alle chiome degli alberi. Sono grossi come un pallone da calcio o di più, cingono molti rami vicini tra loro, e visti da vicino perdono tutto il loro fascino. Si presentano infatti come una compatta ragnatela con all’interno migliaia di minuscoli bruchi scuri, lunghi pochi centimetri.

Sono, questi bruchi, delle larve di una farfalla chiamata Thaumetopoea pityocampa. Nel corso dell’anno questi insetti attraversano diverse fasi del loro sviluppo. Alla fine dell’inverno stanno terminando di trascorrere i mesi freddi nel bozzolo dove hanno trovato, radunati, un po’ di calore. Col caldo si disperderanno per nutrirsi delle foglie dell’albero, dopodiché li vedremo scendere dal tronco, per nascondersi nel terreno ed effettuare una muta. Tutti questi spostamenti vengono fatti in fila indiana: da qui il nome di processionaria.

Attenzione: le processionarie sono insetti urticanti; i loro peli possono arrecare gravi danni. Capita spesso con i nostri cani, che sono pochi accorti nell’avvicinarsi.

DISinFESTA opera il trattamento contro le processionarie, o gatte pelose. È possibile agire direttamente sui bozzoli degli alberi, oppure iniettare prodotti endoterapeutici attraverso la linfa dell’albero, oppure si possono applicare speciali corone ai tronchi, in modo da operare la cattura degli insetti in processione.

UNA LUNGA STORIA DI LOTTA INTEGRATA

La zanzara anofele è il protagonista di una intricata vicenda che si è svolta nel nostro Paese, vicenda iniziata all’epoca dell’Unità, e trascinatasi fino a dopo la Seconda Guerra Mondiale. In questo thriller, alla zanzara anofele è spettato senza dubbio il ruolo del cattivo: prima ha agito nell’ombra mietendo vittime indifese, poi è stata riconosciuta, ha lottato strenuamente, infine è stata sconfitta, ma non del tutto debellata, solo allontanata. Questa trama appassionante è un eccellente esempio di lotta integrata ad un parassita: la lotta è stata multidisciplinare, estremamente complessa, e la disinfestazione vera e propria, utilizzata nel finale, è stata solo una delle tante armi, tutte necessarie, ma nessuna da sola bastevole a sconfiggere il nemico.

Ancora sul finire del 1800 larghe parti del nostro territorio erano gravemente minacciate della malaria. I casi erano frequentissimi lungo tutta la costa ed i corsi dei principali fiumi. Ma il problema era grave soprattutto nelle regioni paludose, alla foce del Po, in maremma, nel Lazio e nella Sardegna occidentale, dove era praticamente impossibile non contrarre il morbo. Il nome della malattia deve la sua origine proprio ai miasmi di queste paludi, che a lungo si è pensato fossero in qualche modo l’origine del problema: mal’aria. Ancora nel 1881, nel romanzo I Malavoglia si descrive un caso di infezione da malaria che denuncia conoscenze immunologiche piuttosto vaghe da parte dell’autore. Fu un gruppo di biologi, italiani e non solo, ad identificare negli ultimi due decenni dell’Ottocento, prima il microrganismo agente della malattia, poi il suo vettore.

La causa della malaria sono diverse forme di plasmodi, che compiono alcune fasi del loro ciclo nei tessuti della zanzara, ed altre nei tessuti dell’uomo, passando dall’una all’altro tramite le punture. Plasmodium malariae è stato il primo di questi agenti ad essere descritto nel 1889 da Raimondo Feletti e Giovanni Battista Grassi; è il plasmodio all’origine delle febbri quartane. Esse coincidono con la lisi dei globuli rossi, che si verifica dopo 72 ore di accrescimento del plasmodio nel sangue. Febbri terzane, più ravvicinate, sono causate da altri plasmodi, tra i quali il più letale è Plasmodium falciporum.

Successivamente Grassi accertò i legami tra i plasmodi e le zanzare del genere Anopheles. Negli stessi anni alle stesse conclusioni arrivava il clinico britannico Ronald Ross, ma solo quest’ultimo fu poi insignito del Nobel. Il primo e più noto esperimento condotto in campo per dimostrare la responsabilità delle zanzare, fu la miglioria delle strutture nelle quali vivevano i braccianti, nelle zone di Ostia e di Paestum. Sapendo che la zanzara è attiva e punge durante le ore crepuscolari e serali, a costoro venne chiesto di ritirarsi in quelle ore all’interno di abitazioni ben protette da apposite zanzariere. I risultati furono eccellenti. Che se ne rendessero conto oppure no, avevano inventato la lotta integrata.

Il primo rimedio che fu proposto per difendersi dalla zanzara anofele e dalla pericolose conseguenze della sua puntura, fu quindi un meccanismo di esclusione. Chiunque faccia disinfestazione quotidianamente, sa benissimo quali siano le difficoltà nel convincere un cliente ad apportare delle modifiche strutturali atte a risolvere o arginare un problema. Preferirebbero sempre che noi estraessimo la bacchetta magica. È quindi facile immaginare quali furono le difficoltà che Grassi ed i naturalisti della sua scuola incontrarono nel proporre le loro soluzioni di buon senso. Tali soluzioni, a 120 anni di distanza, possono apparire a prima vista ovvie; se tuttavia osserviamo le porte e le finestre di un laboratorio artigianale di panetteria o della cucina di un ristorante oggi, nel 2016, dobbiamo ammettere che in alcuni casi, tanto ovvie le loro indicazioni non lo sono ancora.

La gente continuava purtroppo a vivere in case di fortuna, con finestre mal protette nelle quali al tramonto le zanzare potevano entrare e nutrirsi a piacimento. I rimedi dovettero moltiplicarsi. Ora che ne conoscevano le cause, i medici si fecero carico di una vastissima campagna di diagnosi della malattia. Se ne studiò meglio il ciclo, e si utilizzò con criterio il chinino. Lo Stato istituì su questo prezioso composto il Monopolio. Le maestre andarono nei paesi più minuscoli ed insegnarono quelle pratiche di igiene che potevano salvare la vita delle persone. Intere regioni furono bonificate, e questa, sebbene sia stato uno scempio agli occhi del naturalista di oggi, fu una soluzione efficacissima per limitare la diffusione degli insetti vettore: togliere habitat all’animale target.

All’inizio della Seconda Guerra Mondiale, la malaria nel nostro Paese era ormai limitata a zone ristrette. Migliaia di persone rimanevano comunque a rischio di infezione, anche se il numero di morti era drasticamente ridotto.

L’inizio della disinfestazione attiva per combattere la malaria può essere datato al 1939: fu in quell’anno che si diede il via in Sardegna ad un massiccio piano di distribuzione di DDT. Era passato poco più di mezzo secolo dalle prime intuizioni di G.B. Grassi. In tutti quegli anni la lotta alla malaria, e alla zanzara suo vettore, era stata attuata mediante: analisi del problema; introduzione di buone pratiche comportamentali, volte a contrastare la malattia sia direttamente, sia indirettamente attraverso il suo vettore; cura clinica della malattia; sistemi di esclusione del vettore; provvedimenti di riduzione delle zone di nidificazione del vettore. In poche parole: lotta integrata, su scala nazionale.

Solo a valle di queste azioni, si ricorse alla distribuzione generalizzata di insetticidi. L’utilizzo del DDT diede i risultati sperati: non solo in Italia, ma in tutta l’Europa e nel Nord America la malaria fu eradicata nel giro di circa due decenni.

Negli anni ’60 si diffuse poi la consapevolezza sui molteplici effetti collaterali della molecola utilizzata per la disinfestazione. Il DDT ha parecchie controindicazioni: il suo tempo di degradazione è altissimo, rimane perciò nell’ambiente senza scomporsi anche per anni. Certo questo oggi sarebbe il sogno di ogni disinfestatore che distribuisca prodotti residuali, ma il DDT, ed i composti derivanti dalla sua decomposizione, sono altamente tossici, non solo per l’uomo ma per molti organismi viventi, non target, che ad esso vengano esposti. La sua difficile degradazione è quindi una vera bomba ad orologeria. In realtà gli effetti cancerogeni del DDT non sono mai stati chiariti del tutto. Sebbene si tratti certamente di un composto tossico, parte della sua pessima fama è dovuta al suo essere la prima molecola che abbia fatto parlare di sé in quanto utile, ma velenosa. La nostra coscienza ambientale nei confronti delle molecole tossiche prodotte industrialmente dall’uomo, poggia anche sulla campagna portata avanti per la messa al bando del DDT.

Il DDT non può più essere utilizzato in Italia e in Europa a partire dal 1978. Si è comunque continuato a produrlo, per destinarlo al mercato estero, almeno fino al 1997. Nei Paesi dove la malaria rappresenta ancora un’emergenza, il dibattito sull’utilizzo di questo efficacissimo insetticida rimane però aperto. Non è certo l’unica molecola insetticida conosciuta. Ne abbiamo a disposizione ogni giorno decine differenti e con profili di tossicità sempre meno marcati. Tuttavia l’utilizzo del DDT in talune aree conviene ancora, sia per l’alta residualità del composto, sia per il suo basso costo. Sono segnalati casi di resistenza, in India soprattutto dove alcune specie di Anopheles non sono più sensibili all’insetticida. L’abbandono del DDT è stato comunque tentato in zone dove la malaria rimane endemica: in Sudafrica meno di vent’anni fa nella provincia di Kwazulu i casi di malaria ebbero un’impennata non appena si sospesero i trattamenti. I tentativi di procedere con più costosi insetticidi a minore residualità e minore tossicità si sono rivelati poco efficaci.

Come spesso accade nel valutare i nostri progressi scientifici, e le accresciute capacità tecniche, è impossibile mettere sui due piatti della bilancia il nostro benessere e le conseguenze delle nostre azioni, peraltro difficilmente prevedibili. Agire sempre in maniera ponderata, con pazienza e con tanta passione per la conoscenza di ciò che si sta facendo: questo è l’insegnamento che Grassi e gli altri protagonisti di quella vicenda ci hanno dato.

PRONTI AD INCONTRI CON AVVERSARI AGGRESSIVI

A proposito di Dispositivi di Protezione Individuale, una categoria molto particolare si può considerare riservata ai disinfestatori. Alcuni animali dei quali infatti ci occupiamo non sono affatto inoffensivi.

Abbiamo accennato nell’articolo generale al possibile morso dei ratti. Anche durante il più noioso controllo di derattizzazione, anche se è molto difficile, è comunque possibile imbattersi in un roditore vivo, sicuramente spaventato ed aggressivo. Si tratta di un’eventualità remota, ma potenzialmente pericolosissima. Un professionista degno di questo nome, dovrebbe essere preparato a questa evenienza. I guanti anti-taglio, lo abbiamo già detto, sono la prima e necessaria difesa in quest’ottica. Anche con i guanti, tuttavia, se d’improvviso ci troviamo un ratto a pochi centimetri dalle dita, è umano e istintivo fare un salto all’indietro. Una scena simile però, al cliente che ci vede, farebbe una cattiva impressione. Meglio quindi imparare una serie di gesti automatici, che impediscano di sorprendere un ratto o un topo e soprattutto, di farci sorprendere da esso: apriamo il contenitore di esca in modo da offrirgli un’eventuale via di fuga che non siano le nostre mani; annunciamo il nostro arrivo muovendo il contenitore stesso, o facendo rumore.

Sono comunque più concreti i rischi di imbatterci con un altro tipo di animali target. Più piccoli, ma molto più determinati ed aggressivi, gli artropodi in grado di arrecare seri danni all’uomo sono numerosi. Alcuni li incontriamo molto spesso.

Si parla comunemente di api, vespe e calabroni per indicare degli imenotteri a strisce gialle e nere. Sono designazioni molto approssimative, che possono indurre in errore e in falsi allarmi. Gli insetti che appartengono al taxon degli Aculeati, sono generalmente tutti dotati del ben noto pungiglione, ma sono pochi quelli dai quali difenderci.

Ad essere davvero pericolose sono ovviamente le specie gregarie, poiché quando ci imbattiamo in una colonia, più individui ci possono attaccare e pungere contemporaneamente. Avvicinarsi ad una colonia di vespe è pertanto un’operazione da svolgere con grande cautela. Durante una disinfestazione, occorre innanzitutto conoscere la specie con la quale si ha a che fare, e sapere così quanto si potrà rivelare aggressiva.

Gli sfecidi, ad esempio, sono una famiglia di vespe molto comuni, specie all’interno delle case. Sono solitarie o blandamente gregarie, implacabili cacciatrici di ragni, mentre nei nostri riguardi si rivelano sempre assai tolleranti. Tra le specie che formano colonie, i calabroni, appartenenti alla specie Vespa crabro, e le vespe di terra, Vespula germanica e simili, sono le più importanti per pericolosità e frequenza di ritrovamento. Polistes gallica è invece la vespa più diffusa su finestre e altri manufatti, ma è poco aggressiva, così come è molto rara, sebbene possibile, la puntura dei bombi, Bombus terrestris e simili.

La puntura di tutti questi insetti è più o meno dolorosa a seconda della specie che ci ha aggredito, di chi la subisce, e della zona del corpo colpita. Il pericolo vero non è però il dolore, ma la reazione allergica al veleno iniettato. In casi estremi, questa può portare ad uno shock anafilattico, ed è necessario rivolgersi ad un’assistenza specializzata. In qualunque località ci si trovi, specie se da soli, prima di iniziare il lavoro è meglio ripassare mentalmente a chi rivolgersi in caso di emergenza, e tenere il telefono a portata di mano, per prevenire il panico che, nel malaugurato caso di una serie di punture, potrebbe arrivare.

Mentre ci si avvicina al nido, e nella successiva disinfestazione, occorre sapersi muovere in modo da non allarmare gli insetti, o quando questo è inevitabile, nel non rendersi troppo visibili da parte loro. Identificare da dove viene la luce, prevedere come si comporteranno le vespe durante l’emergenza, e dove andranno istintivamente a cercare il loro nemico, è molto importante. Si ridurranno così quasi a zero le possibilità di incontri a tu per tu, e di conseguenti punture. La rimozione del favo dovrà avvenire nei tempi corretti. L’errore che abbiamo visto fare a molti non professionisti è tentare di gettarlo in un contenitore chiuso quando le vespe sono ancora vive; certo, è una pratica sbrigativa, ma molto molto pericolosa. Meglio eseguire prima la disinfestazione e poi la rimozione, lasciando qualche minuto di sicurezza tra le due fasi.

Infine l’abbigliamento: questo deve sigillare completamente il corpo, testa e mani comprese, senza lasciare alcun ingresso aperto agli insetti. Vespe e calabroni, durante una disinfestazione, possono diventare estremamente aggressivi, e quando riconoscono l’operatore come fonte di pericolo per il loro nido, non esitano ad attaccarlo. Oltre a stivali, o a normali calzature di sicurezza, ben allacciate, sono necessari guanti e tuta anti-punture. La tuta deve essere concepita in modo da potersi chiudere completamente con cerniere, per sigillare il corpo fin sulla testa. Questo è ancora più necessario per via del caldo che essa può procurare, che fa sudare l’operatore e che lo rende quindi più rintracciabile dagli organi olfattivi degli insetti. La tuta, d’altra parte, non può essere leggera, deve garantire uno spessore che non sia attraversabile dal pungiglione. In punti chiave, quale ad esempio la nuca, dove il tessuto si tende a diretto contatto con la pelle, lo spessore può comunque non essere sufficiente. Occorre perciò conoscere il proprio DPI, e rinforzarlo, indossando un cappello o vestiti spessi sotto la tuta. Davanti agli occhi si trovano le retine metalliche antinsetto; sono piuttosto rigide, e mentre le si indossa, vanno accomodate in modo che non tocchino pericolosamente il viso. I guanti infine, che nelle operazioni di disinfestazione proteggono la zona più esposta, dove una vespa arriva prima, devono essere specifici, in cuoio, e muniti di elastico che li saldino all’avanbraccio.

Indossare tutto questo armamentario rende goffi e può sembrare non necessario, ed in effetti quasi mai lo è. Nessuno può però prevedere quando si farà una manovra sbagliata, che allarmi gli insetti, con esiti che potrebbero rivelarsi drammatici. È questo un altro caso nel quale mostrarsi molto prudenti non è affatto un sintomo di poca dimestichezza con il lavoro, ma anzi di massima professionalità.

Oltre a ratti e vespe, altri animali dai quali ci potremmo difendere sono gli ofidi, ovvero i serpenti, per allontanare i quali talvolta vengono chiamati i disinfestatori. Soltanto le vipere sono in grado di mordere l’uomo iniettandogli del veleno. L’esperienza ci insegna che quasi sempre i nostri interlocutori, e non solo le nostre interlocutrici, per una paura atavica tendono ad identificare come vipera qualunque serpente, anche il più innocuo. È vero che riconoscere una vipera, tenendosi ad una distanza di sicurezza, non è semplice ad un occhio inesperto. Si tenga però sempre presente che nel nostro territorio, il morso di una vipera può essere doloroso ma molto difficilmente è fatale. Inoltre, il serpente dei sette passi in Italia non esiste; anche il veleno delle nostre vipere più pericolose ha un’azione molto lenta all’interno del sistema circolatorio. Qualunque manovra di primo soccorso, dalla stretta con un laccio, all’aspirazione della puntura con la bocca, fino al siero antivipera del quale in passato si è abusato, è più pericolosa che risolutiva. Avvicinarsi senza eccessiva fretta ad un pronto soccorso, per cure specializzate, è sempre la scelta più saggia.

Non ci soffermiamo su ragni e scorpioni, le cui punture sono evitabili con i normali DPI che si indossano durante una disinfestazione. Gli ultimi animali potenzialmente aggressivi che citiamo sono le zanzare. Capita di agire in contesti dove in effetti la presenza di zanzare è tale da impedire di lavorare serenamente. Quando si può operare all’interno di un pick-up, finestrini alzati ed aria condizionata tengono lontano ogni problema, ma questo non è sempre possibile. Nei casi più gravi si può quindi ricorrere ad un equipaggiamento specifico; esistono tute e copricapi più leggeri e facili da indossare rispetto alle tute anti-puntura per le vespe. Di norma però per tenere lontane le zanzare, basta del repellente, sopra e sotto un abbigliamento non specifico. Se invece la situazione è insostenibile, avremo almeno buon gioco nel convincere il cliente ad operare in futuro un’attenta prevenzione.

PRONTI AD INCONTRI CON AVVERSARI AGGRESSIVI

A proposito di Dispositivi di Protezione Individuale, una categoria molto particolare si può considerare riservata ai disinfestatori. Alcuni animali dei quali infatti ci occupiamo non sono affatto inoffensivi.

Abbiamo accennato la scorsa settimana al possibile morso dei ratti. Anche durante il più noioso controllo di derattizzazione, anche se è molto difficile, è comunque possibile imbattersi in un roditore vivo, sicuramente spaventato ed aggressivo. Si tratta di un’eventualità remota, ma potenzialmente pericolosissima. Un professionista degno di questo nome, dovrebbe essere preparato a questa evenienza. I guanti anti-taglio, lo abbiamo già detto, sono la prima e necessaria difesa in quest’ottica. Anche con i guanti, tuttavia, se d’improvviso ci troviamo un ratto a pochi centimetri dalle dita, è umano e istintivo fare un salto all’indietro. Una scena simile però, al cliente che ci vede, farebbe una cattiva impressione. Meglio quindi imparare una serie di gesti automatici, che impediscano di sorprendere un ratto o un topo e soprattutto, di farci sorprendere da esso: apriamo il contenitore di esca in modo da offrirgli un’eventuale via di fuga che non siano le nostre mani; annunciamo il nostro arrivo muovendo il contenitore stesso, o facendo rumore.

Sono comunque più concreti i rischi di imbatterci con un altro tipo di animali target. Più piccoli, ma molto più determinati ed aggressivi, gli artropodi in grado di arrecare seri danni all’uomo sono numerosi. Alcuni li incontriamo molto spesso.

Si parla comunemente di api, vespe e calabroni per indicare degli imenotteri a strisce gialle e nere. Sono designazioni molto approssimative, che possono indurre in errore e in falsi allarmi. Gli insetti che appartengono al taxon degli Aculeati, sono generalmente tutti dotati del ben noto pungiglione, ma sono pochi quelli dai quali difenderci.

Ad essere davvero pericolose sono ovviamente le specie gregarie, poiché quando ci imbattiamo in una colonia, più individui ci possono attaccare e pungere contemporaneamente. Avvicinarsi ad una colonia di vespe è pertanto un’operazione da svolgere con grande cautela. Durante una disinfestazione, occorre innanzitutto conoscere la specie con la quale si ha a che fare, e sapere così quanto si potrà rivelare aggressiva.

Gli sfecidi, ad esempio, sono una famiglia di vespe molto comuni, specie all’interno delle case. Sono solitarie o blandamente gregarie, implacabili cacciatrici di ragni, mentre nei nostri riguardi si rivelano sempre assai tolleranti. Tra le specie che formano colonie, i calabroni, appartenenti alla specie Vespa crabro, e le vespe di terra, Vespula germanica e simili, sono le più importanti per pericolosità e frequenza di ritrovamento. Polistes gallica è invece la vespa più diffusa su finestre e altri manufatti, ma è poco aggressiva, così come è molto rara, sebbene possibile, la puntura dei bombi, Bombus terrestris e simili.

La puntura di tutti questi insetti è più o meno dolorosa a seconda della specie che ci ha aggredito, di chi la subisce, e della zona del corpo colpita. Il pericolo vero non è però il dolore, ma la reazione allergica al veleno iniettato. In casi estremi, questa può portare ad uno shock anafilattico, ed è necessario rivolgersi ad un’assistenza specializzata. In qualunque località ci si trovi, specie se da soli, prima di iniziare il lavoro è meglio ripassare mentalmente a chi rivolgersi in caso di emergenza, e tenere il telefono a portata di mano, per prevenire il panico che, nel malaugurato caso di una serie di punture, potrebbe arrivare.

Mentre ci si avvicina al nido, e nella successiva disinfestazione, occorre sapersi muovere in modo da non allarmare gli insetti, o quando questo è inevitabile, nel non rendersi troppo visibili da parte loro. Identificare da dove viene la luce, prevedere come si comporteranno le vespe durante l’emergenza, e dove andranno istintivamente a cercare il loro nemico, è molto importante. Si ridurranno così quasi a zero le possibilità di incontri a tu per tu, e di conseguenti punture. La rimozione del favo dovrà avvenire nei tempi corretti. L’errore che abbiamo visto fare a molti non professionisti è tentare di gettarlo in un contenitore chiuso quando le vespe sono ancora vive; certo, è una pratica sbrigativa, ma molto molto pericolosa. Meglio eseguire prima la disinfestazione e poi la rimozione, lasciando qualche minuto di sicurezza tra le due fasi.

Infine l’abbigliamento: questo deve sigillare completamente il corpo, testa e mani comprese, senza lasciare alcun ingresso aperto agli insetti. Vespe e calabroni, durante una disinfestazione, possono diventare estremamente aggressivi, e quando riconoscono l’operatore come fonte di pericolo per il loro nido, non esitano ad attaccarlo. Oltre a stivali, o a normali calzature di sicurezza, ben allacciate, sono necessari guanti e tuta anti-punture. La tuta deve essere concepita in modo da potersi chiudere completamente con cerniere, per sigillare il corpo fin sulla testa. Questo è ancora più necessario per via del caldo che essa può procurare, che fa sudare l’operatore e che lo rende quindi più rintracciabile dagli organi olfattivi degli insetti. La tuta, d’altra parte, non può essere leggera, deve garantire uno spessore che non sia attraversabile dal pungiglione. In punti chiave, quale ad esempio la nuca, dove il tessuto si tende a diretto contatto con la pelle, lo spessore può comunque non essere sufficiente. Occorre perciò conoscere il proprio DPI, e rinforzarlo, indossando un cappello o vestiti spessi sotto la tuta. Davanti agli occhi si trovano le retine metalliche antinsetto; sono piuttosto rigide, e mentre le si indossa, vanno accomodate in modo che non tocchino pericolosamente il viso. I guanti infine, che nelle operazioni di disinfestazione proteggono la zona più esposta, dove una vespa arriva prima, devono essere specifici, in cuoio, e muniti di elastico che li saldino all’avambraccio.

Indossare tutto questo armamentario rende goffi e può sembrare non necessario, ed in effetti quasi mai lo è. Nessuno può però prevedere quando si farà una manovra sbagliata, che allarmi gli insetti, con esiti che potrebbero rivelarsi drammatici. È questo un altro caso nel quale mostrarsi molto prudenti non è affatto un sintomo di poca dimestichezza con il lavoro, ma anzi di massima professionalità.

Oltre a ratti e vespe, altri animali dai quali ci potremmo difendere sono gli ofidi, ovvero i serpenti, per allontanare i quali talvolta vengono chiamati i disinfestatori. Soltanto le vipere sono in grado di mordere l’uomo iniettandogli del veleno. L’esperienza ci insegna che quasi sempre i nostri interlocutori, e non solo le nostre interlocutrici, per una paura atavica tendono ad identificare come vipera qualunque serpente, anche il più innocuo. È vero che riconoscere una vipera, tenendosi ad una distanza di sicurezza, non è semplice ad un occhio inesperto. Si tenga però sempre presente che nel nostro territorio, il morso di una vipera può essere doloroso ma molto difficilmente è fatale. Inoltre, il serpente dei sette passi in Italia non esiste; anche il veleno delle nostre vipere più pericolose ha un’azione molto lenta all’interno del sistema circolatorio. Qualunque manovra di primo soccorso, dalla stretta con un laccio, all’aspirazione della puntura con la bocca, fino al siero antivipera del quale in passato si è abusato, è più pericolosa che risolutiva. Avvicinarsi senza eccessiva fretta ad un pronto soccorso, per cure specializzate, è sempre la scelta più saggia.

Non ci soffermiamo su ragni e scorpioni, le cui punture sono evitabili con i normali DPI che si indossano durante una disinfestazione. Gli ultimi animali potenzialmente aggressivi che citiamo sono le zanzare. Capita di agire in contesti dove in effetti la presenza di zanzare è tale da impedire di lavorare serenamente. Quando si può operare all’interno di un pick-up, finestrini alzati ed aria condizionata tengono lontano ogni problema, ma questo non è sempre possibile. Nei casi più gravi si può quindi ricorrere ad un equipaggiamento specifico; esistono tute e copricapi più leggeri e facili da indossare rispetto alle tute anti-puntura per le vespe. Di norma però per tenere lontane le zanzare, basta del repellente, sopra e sotto un abbigliamento non specifico. Se invece la situazione è insostenibile, avremo almeno buon gioco nel convincere il cliente ad operare in futuro un’attenta prevenzione.