RIVALITÀ ATAVICHE

RIVALITÀ ATAVICHE

Giorni fa mi trovavo a bonificare un vecchio pagliaio. In poche ore ho visto decine, forse centinaia di grossi ragni fuggire dappertutto, ogni qual volta venivano sorpresi nei loro rifugi. Era una consistente colonia di Tegenaria domestica; ragni molto comuni, tra quelli che si trovano nel Nord Italia la specie di maggiore taglia, quando ero bambino erano il mio incubo: entravano in casa ai primi freddi, prevenienti da una siepe dove si annidavano in quantità. Avevo terrore dei ragni, e le Tegenaria erano il ragno per eccellenza, quello di fronte al quale l’unica opzione era scappare.

Sono poche le persone che non hanno paura di nessun animale, anche di uno solo. Mi è capitato di vedere un macellaio scappare di fronte alla sagoma di un topolino morto dentro un capanno attrezzi in giardino; ho esperienza anche di un intero ufficio sgomberato in pochi istanti di fronte alla “minaccia” dei millepiedi sotto al pavimento galleggiante. Fino a pochi decenni fa, ma da qualcuno ancora oggi, certe fobie erano viste come qualcosa di tipicamente femminile. Esiste ancora il cliché della signora in piedi sulla sedia col topolino che gira libero per casa. Tuttavia non crediamo che gli uomini siano davvero meno soggetti a questo genere di paure; riteniamo invece che le nascondano con più tenacia, forzati da un retaggio culturale.

Ma da dove derivano queste paure? Le abbiamo dentro fin dalla nascita? O le apprendiamo in qualche modo? Per comprendere quale sia il meccanismo che ha innescato le fobie degli animali possiamo iniziare pensando a quali siano quelli generalmente più temuti. Topi e ratti sono l’incubo di moltissime persone; ma ancora di più, quasi nessuno ne tollera la vista o il contatto. Ed è molto strano, se ci si ferma a pensare un attimo che sono anche bestioline con un bel musino intelligente e furbo, un musino che ha ispirato il fumetto di maggior successo mondiale. Eppure un topo in casa è visto da chiunque come un nemico da sconfiggere assolutamente e al più presto. Anche i serpenti hanno una pessima nomea, e nella nostra cultura sono stati il simbolo stesso del maligno. Tra i vertebrati, infine, i pipistrelli sono piuttosto mal visti. Inutile sostenere razionalmente che si tratta di animali utilissimi e già gravemente minacciati dall’azione diretta o indiretta dell’uomo. Soprattutto in luoghi chiusi, i pipistrelli possono creare a qualcuno delle vere e proprie crisi di panico. C’è chi li vede come dei topi con le ali, e c’è anche chi ancora è convinto che possano impigliarsi accidentalmente nei capelli creando nodi indissolubili; è una leggenda metropolitana, ma sebbene nessuno abbia mai avuto un’esperienza diretta di un pipistrello legato ai capelli, molti si ostinano a considerarlo una minaccia concreta.

Gli animali più piccoli sono quelli che generano paradossalmente le paure maggiori. C’è chi ha paura degli insetti in genere, spesso solo a causa di una scarsa consuetudine, vivendo in città o in case ben sigillate dove i contatti con qualunque animale siano solo sporadici.

Tra gli artropodi il nemico pubblico numero uno è probabilmente lo scarafaggio. Più che temuto, è disprezzato: alla vista di una blatta, la maggior parte di noi reagisce ritraendosi. Sono pochissimi coloro i quali non avrebbero problemi a tenerne in mano una, al di là delle implicazioni igieniche che questo comporterebbe. È un insetto visto come simbolo e portatore di sporcizia: un luogo frequentato da scarafaggi è automaticamente considerato sporco.

Molto simile è la repulsione che abbiamo per i ragni: un’avversione tanto diffusa, non solo presso lo scrivente, che la parola aracnofobia è ben nota a tutti. Anche i ragni, e come in una sineddoche perfino le loro ragnatele, sono visti in un ambiente chiuso come simbolo di degrado.

Le larve apode di qualunque insetto, e per eccellenza quella della mosca, sono viste da molti con ripugnanza, una reazione che dovrebbe ritenersi giustificata solo quando questi animaletti infestino del cibo, e questo vada quindi eliminato.

Tra gli altri artropodi ci sono altri gruppi che vengono visti da qualcuno come nemici assoluti, per motivi più irrazionali che razionali. Api vespe e calabroni meriterebbero di essere evitate solo da chi ne può temere uno shock anafilattico. Lo stesso ragionamento può valere per gli scorpioni, con i quali è per giunta piuttosto difficile venire in contatto. Del tutto irrazionale, ma non rarissima, è la repulsione verso le cimici, e più in generale verso tutti i grossi insetti volatori, coleotteri soprattutto, che con un volo impacciato o rumoroso possono forse dare l’idea di essere minacciosi.

Nel cercare di risalire all’origine di queste paure, scopriamo quindi che esiste sempre una motivazione razionale, ma questa non è mai solidissima. Ad esempio è del tutto razionale temere il morso di una vipera, doloroso  e potenzialmente letale; è comprensibile che per assimilazione si arrivi al ribrezzo per tutti i serpenti, anche se innocui. Altrettanto spiegabile è la paura per gli insetti che pungono; paura talmente generalizzata nel mondo animale, da aver permesso la selezione di numerose specie “scroccone”, che sono in realtà del tutto inermi ma che adottano una livrea giallo-nera per incutere timore.

Blatte, topi, pipistrelli e ragni, invece cosa ci potrebbero fare di male? Tra le righe abbiamo già accennato ad un motivo plausibile che ci potrebbe aver spinto ad evitare, e in un secondo modo a combattere, gli scarafaggi, ovverossia l’igiene che essi compromettono. Identica valutazione può essere fatta per i topi.

La causa principale dell’avversione di alcuni di noi, è che questi animali sono visti come degli invasori, che compromettono l’abitabilità dei nostri rifugi. Da quando abbiamo cercato un riparo, o ce lo siamo costruito, molti degli animali dei quali oggi abbiamo più ribrezzo, si sono introdotti con noi in questo riparo, o hanno tentato di farlo. Non a caso abbiamo già sottolineato come l’avversione per scarafaggi, topi, pipistrelli e ragni sia ben maggiore quando li avvistiamo in ambienti chiusi. L’impressione di degrado e di abbandono che provoca una ragnatela è enormemente maggiore all’interno di un locale anziché fuori in giardino. Lo stesso vale per il volo di un pipistrello, o per la vista di un piccolo topo.

C’è quindi una solida radice atavica nella rivalità con alcuni gruppi animali, i quali allorché invadono i nostri spazi vengono percepiti come infestanti. Non è difficile immaginare con quale difficoltà i nostri antenati si siano trovati a combattere con la presenza di insetti che potevano provocare punture, o insozzare gli ambienti e le derrate. La loro dovette essere una battaglia quotidiana, mai volta alla definitiva risoluzione del problema, ma piuttosto ad un suo tamponamento. La compresenza continua, e la conseguente lotta dei nostri progenitori, ha creato un’inimicizia dura a morire; tanto che oggi anche chi non ha mai visto una blatta, trovandosela di fronte ne avrebbe quasi certamente schifo. L’avversione per uno scarafaggio o per un topo, non sono quindi innate, ma un retaggio culturale di secoli o millenni di lotta.

E’ POSSIBILE DISINFESTARE CON METODI BIOLOGICI?

E’ POSSIBILE DISINFESTARE CON METODI BIOLOGICI?

Un intervento di disinfestazione professionale ricorre a macchinari, strumenti e sostanze chimiche, studiati appositamente per questo lavoro. Prima però di ricorrere ad un lavoro di questo genere, capita soprattutto in ambito domestico che i nostri futuri clienti si cimentino in opere di allontanamento, cattura o eliminazione, mediante le tecniche più disparate. I gusci di noce spezzettati per allontanare gli scarafaggi, il latte in un recipiente per attrarre ed imprigionare i serpenti, il borotalco per dissuadere le formiche, sono metodi sulla cui utilità siamo assolutamente scettici. È invece interessante trarre ispirazione da questi tentativi, e chiederci se sia possibile mettere a punto disinfestazioni o dissuasioni con sostanze altrettanto biologiche, anche se non di facilissima reperibilità, o addirittura con organismi vivi.

La natura ha infatti sviluppato infiniti metodi di lotta, o sarebbe meglio dire, di compensazione per equilibrare le dinamiche di popolazione di qualsiasi specie. Anche gli infestanti, quale che sia la loro natura, mammiferi, insetti o altro, hanno nemici naturali atti a contenerli. È proprio per questo motivo che quando una specie viene trasferita ad opera dell’uomo in un habitat sconosciuto, è possibile che vi conosca un successo esagerato, diventando infestante, proprio perché nel nuovo ambiente non trova i nemici naturali che altrove aveva.

Ovunque si indaghi, in tutti i regni degli esseri viventi, sono disponibili sostanze naturali in grado di comportarsi come efficaci alleati per il disinfestatore.

Tra le piante, l’evoluzione di migliaia di esse, immobili ed esposte agli attacchi dei fitofagi, insetti ma non solo, ha da sempre selezionato lo sviluppo di molecole in grado di tenere lontani o uccidere questi antagonisti.

Il più antico rodenticida è da molti considerato il bulbo di una liliacea molto comune lungo le nostre coste. La scilla rossa (Scilla maritima) è appetita da topi e ratti che dopo averla morsa non possono più evitarne gli effetti letali. Per questo i suoi bulbi venivano tradizionalmente lasciati nelle dispense a protezione delle derrate.

Il compito che i vegetali hanno assolto meglio è lo sviluppo di nuovi insetticidi. Le prime piante insetticide che vengono in mente sono crisantemo e tabacco, dalle quali sono state estratte due molecole, rispettivamente il piretro e la nicotina, largamente studiate in chimica. In virtù di questo studio, abbiamo ora a disposizione decine di molecole sintetiche che ne replicano le modalità di azione, appartenenti alle famiglie dei piretroidi e dei nicotinoidi, molecole alle quali ricorre quotidianamente ogni disinfestatore.

Più recente è l’interesse nei confronti del neem. Il suo nome scientifico oggi accettato è Azadirachta indica, mentre è stata invece abbandonata l’altra sua denominazione Melia azadirachta, troppo vicina a M. azedarach, l’albero dei rosari qua e là coltivato nei giardini italiani. Questo albero originario dell’India ha le proprietà più disparate, molte già sfruttate tradizionalmente dagli abitanti delle regioni dove l’albero cresce spontaneo. Da alcuni decenni anche la nostra industria guarda con interesse a queste proprietà, cercando innanzitutto di orientarsi tra le decine di molecole che dai suoi tessuti sono state estratte. Il suo legname viene studiato negli Stati Uniti come materiale da costruzione resistente agli attacchi delle termiti. Dal punto di vista farmacologico essa è tradizionalmente utilizzata come antisettico ed insetticida.

Tra le molecole per noi più interessanti, dalle foglie è stata estratta la nimbina, dotata di proprietà antisettiche che devono ancora essere del tutto chiarite. L’azadiractina è un terpene presente in maggiori concentrazioni nei semi del neem, che sembra possa agire su più vie, inibendo lo sviluppo delle uova, o portando all’interruzione delle capacità trofiche di molti insetti. È caratterizzata da alta degradabilità: <100 ore di semipermanenza se esposto a luce o ad acqua. Accanto all’elevata tossicità sugli insetti, presenta dosi letali elevatissime per i mammiferi: DL50 >3540 mg/Kg testata su R.rattus; in base a questo dato, per noi un avvelenamento da azadiractina è praticamente impossibile. Denota infine una certa selettività nei confronti degli insetti utili, prima tra tutte Apis mellifera. Si tratta di caratteristiche che hanno permesso a questa molecola di essere accettata in agricoltura biologica; per gli scopi di un disinfestatore devono essere tenute ben presenti: sia l’incapacità di permanere a lungo sulle superfici trattate, sia lo spettro di impiego sui diversi insetti infestanti.

Gli olii vegetali sono complessi di sostanze estratte da una singola pianta; non contengono quindi un solo principio attivo, ma il complesso delle molecole attive in quella stessa pianta, spesso con effetti sinergici. L’olio di neem inizia ad essere utilizzato contro gli insetti; più che le sue doti propriamente insetticide, comunque  presenti, se ne sfruttano le capacità insetto-repellenti.

Altri olii vegetali sfruttano il complesso di sostanze repellenti ed insetticide contenute in piante aromatiche quali aglio e rosmarino.

Alghe unicellulari microscopiche ormai di largo utilizzo sono le diatomee, dal cui guscio siliceo si ottiene una polvere fortemente abrasiva. Essa si rivela letale, lacerandone l’esoscheletro, per gli insetti camminatori costretti ad entrarvi a contatto, che vengono portati alla morte per disseccamento. Il suo utilizzo, ad esempio in trattamenti a secco a contatto con impianti elettrici, è potenzialmente di grande utilità.

Tenendo la nostra attenzione su organismi microsopici nostri alleati, Bacillus thuringensis è studiato da più di un secolo, e largamente commercializzato. Agisce come antilarvale, infettando e decimando le popolazioni di ditteri e lepidotteri nei primi stadi di sviluppo. Meno nota è la Saccharapolyspora spinosa. Anch’essa isolata dal terreno è un attinomicete i cui metaboliti sono tossici per gli insetti, sia per ingestione che per contatto.

Passando agli animali, ci sono due “insetticidi” molto efficaci, e dotati di ali: le coccinelle e i pipistrelli. Le prime sono già da decenni oggetto di grande attenzione in agricoltura biologica; si muovono sulle coltivazioni alla ricerca di afidi, di cui sono predatrici, riuscendo ad annientare sul nascere lo sviluppo di un’infestazione. Analogamente alle coccinelle, molti altri insetti predatori o parassitoidi di cocciniglie, afidi, aleurodidi e mosche sono ora commercializzati per l’utilizzo in agricoltura biologica.

Più utili in ambito di pest control sono i pipistrelli; questi mammiferi hanno conosciuto negli ultimissimi anni un gran picco di popolarità. Superate le vecchie paure, essi sono oggi visti da molti di noi come preziosi alleati nella lotta alle zanzare. Le casette in legno destinate ad ospitare i pipistrelli sono state dapprima installate da molte amministrazioni pubbliche per scopi di ricerca e divulgazione; ora sono disponibili in vendita anche per chi le volesse installare sul balcone di casa. Rappresentano un rimedio nobilissimo, anche se mai del tutto risolutivo, al problema delle zanzare, rimedio che non presenta praticamente nessuna contrindicazione, ma solo ricadute positive: la protezione di una specie minacciata e la maggior consapevolezza degli equilibri naturali. A proposito di tali equilibri, un altro vertebrato, la tinca, è oggetto di interesse e di piani di ripopolamento nelle zone risicole; l’intento è quello di contenere le zanzare agendo in questo caso sulla fase larvale. Purtroppo infatti le moderne pratiche agricole, che razionalizzano l’utilizzo di acqua e la sommersione del riso, intaccano l’habitat di molti antagonisti delle zanzare, mettendone a dura prova la sopravvivenza.

Metodi di disinfestazione biologici totalmente naturali, sono difficili da utilizzare. Questi tendono infatti a raggiungere un equilibrio, che può contrastare con i nostri scopi, quasi sempre orientati allo sterminio totale di una qualsivoglia popolazione infestante. In molti casi la natura ha funzionato da ispiratrice per l’opera di disinfestazione, ma fin qui siamo stati capaci di sfruttare solo in minima parte il fine lavoro di ricerca svolto spontaneamente da essa svolto. Lo studio non deve soltanto spingersi avanti, nel definire metodi nuovi, ma anche indietro, nel decodificare quelle strade che sono sempre state battute, alle diverse latitudini, e che originano da precisi meccanismi biologici che sfruttiamo ma ancora non conosciamo.