NEWS

SFIDA ALLE ZANZARE: IMPIANTO PER DISINFESTAZIONE AUTOMATIZZATA

La disinfestazione zanzare è una sfida difficile: se zanzariere e piante aromatiche non bastano, bisogna pensare anche a trattamenti larvicidi ed adulticidi, rivolgendosi sempre ad operatori professionali. Se i risultati non sono ancora quelli attesi, rinunciare ad utilizzare il proprio giardino è la risposta più sbagliata.

I sistemi di disinfestazione automatizzata sono sempre più diffusi. Poco alla volta, ogni giorno, senza alcuna fatica, un impianto per disinfestazione automatizzata funziona in modo simile ad un impianto di irrigazione; l’acqua è mescolata con il prodotto contro le zanzare, il tutto viene erogato attraverso speciali ugelli nei punti strategici del giardino. Ogni giorno, o più volte al giorno, la macchina fa tutto da sola, tenendo lontane zanzare ed altri insetti fastidiosi. Con un impianto ben progettato, anche le implicazioni ambientali positive possono essere notevoli.

A questo punto la disinfestazione diventa un ricordo. Alla manutenzione della macchina potrà pensare il padrone di casa: solo due volte l’anno, per arire e chiudere l’impianto. A tutto il resto pensa la macchina da sola. I trattamenti così programmati, ogni giorno, per pochi minuti al giorno, si riveleranno meno costosi e molto più efficaci.

INSETTI? GIA’ IN TAVOLA!

Il recente dibattito pubblico ha rivolto l’attenzione agli insetti come cibo. La normativa italiana si sta adeguando a quanto previsto a livello europeo, ammettendo un ristrettissimo numero di farine prodotte a partire da artropodi appositamente allevati.

Ma chi presto assaggerà queste farine è davvero certo che sia la prima volta? Gli insetti frequentano le nostre tavole da molti anni, forse da sempre.

Si è tirata in ballo la nostra tradizione alimentare, che si vorrebbe basata su ingredienti visti come sani, e più nobili degli insetti. Un alimento considerato storico è proprio a base di insetti: “su casu martzu”, formaggio tipico sardo, è popolato da vermi, che altro non sono se non larve di un insetto: la mosca casearia Piophila casei; simili declinazioni casearie, meno celebri, si riscontrano qua e là in tutta la penisola. Dal 2004, il “Pacchetto Igiene” europeo ne ha legalmente impedita la produzione ed il consumo, anche se le legittime resistenze locali ne fanno ancora oggi un prodotto tollerato, per il quale si sta lavorando ad una completa riabilitazione formale.

Altri insetti da tempo presenti nella nostra dieta sono le cocciniglie, Dactylopius coccus e simili, che allevate appositamente e finemente triturate, producono il colorante carminio. La cocciniglia è sempre stata consentita, con l’unica prescrizione di essere indicata in etichetta come “colorante E120”. Molte bevande hanno tratto, almeno in passato, il loro colore da questo insetto: l’alchermes, il vermuth rosso, innanzitutto, ma anche il Campari fino al 2006; da alcuni anni molti produttori optano per coloranti di diversa origine, compatibili con la dieta vegetariana. Resistono sugli scaffali dei supermercati numerosi succhi di frutta e yogurt di colore rosso, con le cocciniglie, nominate E120, in etichetta.

Fin qui, casi limitati e circoscrivibili. Ma il pane e la pasta? Anche loro contengono insetti, da sempre. Qui la normativa si fa elastica, e più delle leggi contano le interpretazioni giurisprudenziali. In estrema sintesi, se è vero che le norme impongono la massima attenzione all’igiene e salubrità dell’alimento, si accetta che quando si lavorano su larga scala farine o altri alimenti, un ristrettissimo quantitativo di insetti finisca dentro ai mulini, o alle altre macchine operatrici. Per prassi si tollera un numero tra i 20 e i 50 frammenti di insetto per 50 grammi di prodotto. Si deve trattare di frammenti, non di insetti interi, che denoterebbero una colonizzazione della farina successiva alla sua macinatura. Tali frammenti sono minuscoli, riscontrabili al microscopio con un’analisi chiamata “filth test”. L’alimento che normalmente dà i risultati più alti in termini di insetti presenti al filth test sono, per la loro struttura originale, i funghi secchi. Ma il filth test non dà mai risultati pari a zero per molti altri alimenti. Nessuna farina è esente da frammenti di insetti: in qualunque panino, o piatto di pastasciutta, è sicuramente riscontrabile un quantitativo, pur minimo, di insetti.

OCCHIO AI PINI, E’ TEMPO DI PROCESSIONARIA

E’ tempo di processionaria. Molti alberi ne vanno soggetti: i più esposti sono però le conifere, in particolare i pini. Alla fine dell’inverno si notano dei batuffoli bianchi in cima alle chiome degli alberi. Sono grossi come un pallone da calcio o di più, cingono molti rami vicini tra loro, e visti da vicino perdono tutto il loro fascino. Si presentano infatti come una compatta ragnatela con all’interno migliaia di minuscoli bruchi scuri, lunghi pochi centimetri.

Sono, questi bruchi, delle larve di una farfalla chiamata Thaumetopoea pityocampa. Nel corso dell’anno questi insetti attraversano diverse fasi del loro sviluppo. Alla fine dell’inverno stanno terminando di trascorrere i mesi freddi nel bozzolo dove hanno trovato, radunati, un po’ di calore. Col caldo si disperderanno per nutrirsi delle foglie dell’albero, dopodiché li vedremo scendere dal tronco, per nascondersi nel terreno ed effettuare una muta. Tutti questi spostamenti vengono fatti in fila indiana: da qui il nome di processionaria.

Attenzione: le processionarie sono insetti urticanti; i loro peli possono arrecare gravi danni. Capita spesso con i nostri cani, che sono pochi accorti nell’avvicinarsi.

DISinFESTA opera il trattamento contro le processionarie, o gatte pelose. È possibile agire direttamente sui bozzoli degli alberi, oppure iniettare prodotti endoterapeutici attraverso la linfa dell’albero, oppure si possono applicare speciali corone ai tronchi, in modo da operare la cattura degli insetti in processione.

UNA LUNGA STORIA DI LOTTA INTEGRATA

La zanzara anofele è il protagonista di una intricata vicenda che si è svolta nel nostro Paese, vicenda iniziata all’epoca dell’Unità, e trascinatasi fino a dopo la Seconda Guerra Mondiale. In questo thriller, alla zanzara anofele è spettato senza dubbio il ruolo del cattivo: prima ha agito nell’ombra mietendo vittime indifese, poi è stata riconosciuta, ha lottato strenuamente, infine è stata sconfitta, ma non del tutto debellata, solo allontanata. Questa trama appassionante è un eccellente esempio di lotta integrata ad un parassita: la lotta è stata multidisciplinare, estremamente complessa, e la disinfestazione vera e propria, utilizzata nel finale, è stata solo una delle tante armi, tutte necessarie, ma nessuna da sola bastevole a sconfiggere il nemico.

Ancora sul finire del 1800 larghe parti del nostro territorio erano gravemente minacciate della malaria. I casi erano frequentissimi lungo tutta la costa ed i corsi dei principali fiumi. Ma il problema era grave soprattutto nelle regioni paludose, alla foce del Po, in maremma, nel Lazio e nella Sardegna occidentale, dove era praticamente impossibile non contrarre il morbo. Il nome della malattia deve la sua origine proprio ai miasmi di queste paludi, che a lungo si è pensato fossero in qualche modo l’origine del problema: mal’aria. Ancora nel 1881, nel romanzo I Malavoglia si descrive un caso di infezione da malaria che denuncia conoscenze immunologiche piuttosto vaghe da parte dell’autore. Fu un gruppo di biologi, italiani e non solo, ad identificare negli ultimi due decenni dell’Ottocento, prima il microrganismo agente della malattia, poi il suo vettore.

La causa della malaria sono diverse forme di plasmodi, che compiono alcune fasi del loro ciclo nei tessuti della zanzara, ed altre nei tessuti dell’uomo, passando dall’una all’altro tramite le punture. Plasmodium malariae è stato il primo di questi agenti ad essere descritto nel 1889 da Raimondo Feletti e Giovanni Battista Grassi; è il plasmodio all’origine delle febbri quartane. Esse coincidono con la lisi dei globuli rossi, che si verifica dopo 72 ore di accrescimento del plasmodio nel sangue. Febbri terzane, più ravvicinate, sono causate da altri plasmodi, tra i quali il più letale è Plasmodium falciporum.

Successivamente Grassi accertò i legami tra i plasmodi e le zanzare del genere Anopheles. Negli stessi anni alle stesse conclusioni arrivava il clinico britannico Ronald Ross, ma solo quest’ultimo fu poi insignito del Nobel. Il primo e più noto esperimento condotto in campo per dimostrare la responsabilità delle zanzare, fu la miglioria delle strutture nelle quali vivevano i braccianti, nelle zone di Ostia e di Paestum. Sapendo che la zanzara è attiva e punge durante le ore crepuscolari e serali, a costoro venne chiesto di ritirarsi in quelle ore all’interno di abitazioni ben protette da apposite zanzariere. I risultati furono eccellenti. Che se ne rendessero conto oppure no, avevano inventato la lotta integrata.

Il primo rimedio che fu proposto per difendersi dalla zanzara anofele e dalla pericolose conseguenze della sua puntura, fu quindi un meccanismo di esclusione. Chiunque faccia disinfestazione quotidianamente, sa benissimo quali siano le difficoltà nel convincere un cliente ad apportare delle modifiche strutturali atte a risolvere o arginare un problema. Preferirebbero sempre che noi estraessimo la bacchetta magica. È quindi facile immaginare quali furono le difficoltà che Grassi ed i naturalisti della sua scuola incontrarono nel proporre le loro soluzioni di buon senso. Tali soluzioni, a 120 anni di distanza, possono apparire a prima vista ovvie; se tuttavia osserviamo le porte e le finestre di un laboratorio artigianale di panetteria o della cucina di un ristorante oggi, nel 2016, dobbiamo ammettere che in alcuni casi, tanto ovvie le loro indicazioni non lo sono ancora.

La gente continuava purtroppo a vivere in case di fortuna, con finestre mal protette nelle quali al tramonto le zanzare potevano entrare e nutrirsi a piacimento. I rimedi dovettero moltiplicarsi. Ora che ne conoscevano le cause, i medici si fecero carico di una vastissima campagna di diagnosi della malattia. Se ne studiò meglio il ciclo, e si utilizzò con criterio il chinino. Lo Stato istituì su questo prezioso composto il Monopolio. Le maestre andarono nei paesi più minuscoli ed insegnarono quelle pratiche di igiene che potevano salvare la vita delle persone. Intere regioni furono bonificate, e questa, sebbene sia stato uno scempio agli occhi del naturalista di oggi, fu una soluzione efficacissima per limitare la diffusione degli insetti vettore: togliere habitat all’animale target.

All’inizio della Seconda Guerra Mondiale, la malaria nel nostro Paese era ormai limitata a zone ristrette. Migliaia di persone rimanevano comunque a rischio di infezione, anche se il numero di morti era drasticamente ridotto.

L’inizio della disinfestazione attiva per combattere la malaria può essere datato al 1939: fu in quell’anno che si diede il via in Sardegna ad un massiccio piano di distribuzione di DDT. Era passato poco più di mezzo secolo dalle prime intuizioni di G.B. Grassi. In tutti quegli anni la lotta alla malaria, e alla zanzara suo vettore, era stata attuata mediante: analisi del problema; introduzione di buone pratiche comportamentali, volte a contrastare la malattia sia direttamente, sia indirettamente attraverso il suo vettore; cura clinica della malattia; sistemi di esclusione del vettore; provvedimenti di riduzione delle zone di nidificazione del vettore. In poche parole: lotta integrata, su scala nazionale.

Solo a valle di queste azioni, si ricorse alla distribuzione generalizzata di insetticidi. L’utilizzo del DDT diede i risultati sperati: non solo in Italia, ma in tutta l’Europa e nel Nord America la malaria fu eradicata nel giro di circa due decenni.

Negli anni ’60 si diffuse poi la consapevolezza sui molteplici effetti collaterali della molecola utilizzata per la disinfestazione. Il DDT ha parecchie controindicazioni: il suo tempo di degradazione è altissimo, rimane perciò nell’ambiente senza scomporsi anche per anni. Certo questo oggi sarebbe il sogno di ogni disinfestatore che distribuisca prodotti residuali, ma il DDT, ed i composti derivanti dalla sua decomposizione, sono altamente tossici, non solo per l’uomo ma per molti organismi viventi, non target, che ad esso vengano esposti. La sua difficile degradazione è quindi una vera bomba ad orologeria. In realtà gli effetti cancerogeni del DDT non sono mai stati chiariti del tutto. Sebbene si tratti certamente di un composto tossico, parte della sua pessima fama è dovuta al suo essere la prima molecola che abbia fatto parlare di sé in quanto utile, ma velenosa. La nostra coscienza ambientale nei confronti delle molecole tossiche prodotte industrialmente dall’uomo, poggia anche sulla campagna portata avanti per la messa al bando del DDT.

Il DDT non può più essere utilizzato in Italia e in Europa a partire dal 1978. Si è comunque continuato a produrlo, per destinarlo al mercato estero, almeno fino al 1997. Nei Paesi dove la malaria rappresenta ancora un’emergenza, il dibattito sull’utilizzo di questo efficacissimo insetticida rimane però aperto. Non è certo l’unica molecola insetticida conosciuta. Ne abbiamo a disposizione ogni giorno decine differenti e con profili di tossicità sempre meno marcati. Tuttavia l’utilizzo del DDT in talune aree conviene ancora, sia per l’alta residualità del composto, sia per il suo basso costo. Sono segnalati casi di resistenza, in India soprattutto dove alcune specie di Anopheles non sono più sensibili all’insetticida. L’abbandono del DDT è stato comunque tentato in zone dove la malaria rimane endemica: in Sudafrica meno di vent’anni fa nella provincia di Kwazulu i casi di malaria ebbero un’impennata non appena si sospesero i trattamenti. I tentativi di procedere con più costosi insetticidi a minore residualità e minore tossicità si sono rivelati poco efficaci.

Come spesso accade nel valutare i nostri progressi scientifici, e le accresciute capacità tecniche, è impossibile mettere sui due piatti della bilancia il nostro benessere e le conseguenze delle nostre azioni, peraltro difficilmente prevedibili. Agire sempre in maniera ponderata, con pazienza e con tanta passione per la conoscenza di ciò che si sta facendo: questo è l’insegnamento che Grassi e gli altri protagonisti di quella vicenda ci hanno dato.

PRONTI AD INCONTRI CON AVVERSARI AGGRESSIVI

A proposito di Dispositivi di Protezione Individuale, una categoria molto particolare si può considerare riservata ai disinfestatori. Alcuni animali dei quali infatti ci occupiamo non sono affatto inoffensivi.

Abbiamo accennato nell’articolo generale al possibile morso dei ratti. Anche durante il più noioso controllo di derattizzazione, anche se è molto difficile, è comunque possibile imbattersi in un roditore vivo, sicuramente spaventato ed aggressivo. Si tratta di un’eventualità remota, ma potenzialmente pericolosissima. Un professionista degno di questo nome, dovrebbe essere preparato a questa evenienza. I guanti anti-taglio, lo abbiamo già detto, sono la prima e necessaria difesa in quest’ottica. Anche con i guanti, tuttavia, se d’improvviso ci troviamo un ratto a pochi centimetri dalle dita, è umano e istintivo fare un salto all’indietro. Una scena simile però, al cliente che ci vede, farebbe una cattiva impressione. Meglio quindi imparare una serie di gesti automatici, che impediscano di sorprendere un ratto o un topo e soprattutto, di farci sorprendere da esso: apriamo il contenitore di esca in modo da offrirgli un’eventuale via di fuga che non siano le nostre mani; annunciamo il nostro arrivo muovendo il contenitore stesso, o facendo rumore.

Sono comunque più concreti i rischi di imbatterci con un altro tipo di animali target. Più piccoli, ma molto più determinati ed aggressivi, gli artropodi in grado di arrecare seri danni all’uomo sono numerosi. Alcuni li incontriamo molto spesso.

Si parla comunemente di api, vespe e calabroni per indicare degli imenotteri a strisce gialle e nere. Sono designazioni molto approssimative, che possono indurre in errore e in falsi allarmi. Gli insetti che appartengono al taxon degli Aculeati, sono generalmente tutti dotati del ben noto pungiglione, ma sono pochi quelli dai quali difenderci.

Ad essere davvero pericolose sono ovviamente le specie gregarie, poiché quando ci imbattiamo in una colonia, più individui ci possono attaccare e pungere contemporaneamente. Avvicinarsi ad una colonia di vespe è pertanto un’operazione da svolgere con grande cautela. Durante una disinfestazione, occorre innanzitutto conoscere la specie con la quale si ha a che fare, e sapere così quanto si potrà rivelare aggressiva.

Gli sfecidi, ad esempio, sono una famiglia di vespe molto comuni, specie all’interno delle case. Sono solitarie o blandamente gregarie, implacabili cacciatrici di ragni, mentre nei nostri riguardi si rivelano sempre assai tolleranti. Tra le specie che formano colonie, i calabroni, appartenenti alla specie Vespa crabro, e le vespe di terra, Vespula germanica e simili, sono le più importanti per pericolosità e frequenza di ritrovamento. Polistes gallica è invece la vespa più diffusa su finestre e altri manufatti, ma è poco aggressiva, così come è molto rara, sebbene possibile, la puntura dei bombi, Bombus terrestris e simili.

La puntura di tutti questi insetti è più o meno dolorosa a seconda della specie che ci ha aggredito, di chi la subisce, e della zona del corpo colpita. Il pericolo vero non è però il dolore, ma la reazione allergica al veleno iniettato. In casi estremi, questa può portare ad uno shock anafilattico, ed è necessario rivolgersi ad un’assistenza specializzata. In qualunque località ci si trovi, specie se da soli, prima di iniziare il lavoro è meglio ripassare mentalmente a chi rivolgersi in caso di emergenza, e tenere il telefono a portata di mano, per prevenire il panico che, nel malaugurato caso di una serie di punture, potrebbe arrivare.

Mentre ci si avvicina al nido, e nella successiva disinfestazione, occorre sapersi muovere in modo da non allarmare gli insetti, o quando questo è inevitabile, nel non rendersi troppo visibili da parte loro. Identificare da dove viene la luce, prevedere come si comporteranno le vespe durante l’emergenza, e dove andranno istintivamente a cercare il loro nemico, è molto importante. Si ridurranno così quasi a zero le possibilità di incontri a tu per tu, e di conseguenti punture. La rimozione del favo dovrà avvenire nei tempi corretti. L’errore che abbiamo visto fare a molti non professionisti è tentare di gettarlo in un contenitore chiuso quando le vespe sono ancora vive; certo, è una pratica sbrigativa, ma molto molto pericolosa. Meglio eseguire prima la disinfestazione e poi la rimozione, lasciando qualche minuto di sicurezza tra le due fasi.

Infine l’abbigliamento: questo deve sigillare completamente il corpo, testa e mani comprese, senza lasciare alcun ingresso aperto agli insetti. Vespe e calabroni, durante una disinfestazione, possono diventare estremamente aggressivi, e quando riconoscono l’operatore come fonte di pericolo per il loro nido, non esitano ad attaccarlo. Oltre a stivali, o a normali calzature di sicurezza, ben allacciate, sono necessari guanti e tuta anti-punture. La tuta deve essere concepita in modo da potersi chiudere completamente con cerniere, per sigillare il corpo fin sulla testa. Questo è ancora più necessario per via del caldo che essa può procurare, che fa sudare l’operatore e che lo rende quindi più rintracciabile dagli organi olfattivi degli insetti. La tuta, d’altra parte, non può essere leggera, deve garantire uno spessore che non sia attraversabile dal pungiglione. In punti chiave, quale ad esempio la nuca, dove il tessuto si tende a diretto contatto con la pelle, lo spessore può comunque non essere sufficiente. Occorre perciò conoscere il proprio DPI, e rinforzarlo, indossando un cappello o vestiti spessi sotto la tuta. Davanti agli occhi si trovano le retine metalliche antinsetto; sono piuttosto rigide, e mentre le si indossa, vanno accomodate in modo che non tocchino pericolosamente il viso. I guanti infine, che nelle operazioni di disinfestazione proteggono la zona più esposta, dove una vespa arriva prima, devono essere specifici, in cuoio, e muniti di elastico che li saldino all’avanbraccio.

Indossare tutto questo armamentario rende goffi e può sembrare non necessario, ed in effetti quasi mai lo è. Nessuno può però prevedere quando si farà una manovra sbagliata, che allarmi gli insetti, con esiti che potrebbero rivelarsi drammatici. È questo un altro caso nel quale mostrarsi molto prudenti non è affatto un sintomo di poca dimestichezza con il lavoro, ma anzi di massima professionalità.

Oltre a ratti e vespe, altri animali dai quali ci potremmo difendere sono gli ofidi, ovvero i serpenti, per allontanare i quali talvolta vengono chiamati i disinfestatori. Soltanto le vipere sono in grado di mordere l’uomo iniettandogli del veleno. L’esperienza ci insegna che quasi sempre i nostri interlocutori, e non solo le nostre interlocutrici, per una paura atavica tendono ad identificare come vipera qualunque serpente, anche il più innocuo. È vero che riconoscere una vipera, tenendosi ad una distanza di sicurezza, non è semplice ad un occhio inesperto. Si tenga però sempre presente che nel nostro territorio, il morso di una vipera può essere doloroso ma molto difficilmente è fatale. Inoltre, il serpente dei sette passi in Italia non esiste; anche il veleno delle nostre vipere più pericolose ha un’azione molto lenta all’interno del sistema circolatorio. Qualunque manovra di primo soccorso, dalla stretta con un laccio, all’aspirazione della puntura con la bocca, fino al siero antivipera del quale in passato si è abusato, è più pericolosa che risolutiva. Avvicinarsi senza eccessiva fretta ad un pronto soccorso, per cure specializzate, è sempre la scelta più saggia.

Non ci soffermiamo su ragni e scorpioni, le cui punture sono evitabili con i normali DPI che si indossano durante una disinfestazione. Gli ultimi animali potenzialmente aggressivi che citiamo sono le zanzare. Capita di agire in contesti dove in effetti la presenza di zanzare è tale da impedire di lavorare serenamente. Quando si può operare all’interno di un pick-up, finestrini alzati ed aria condizionata tengono lontano ogni problema, ma questo non è sempre possibile. Nei casi più gravi si può quindi ricorrere ad un equipaggiamento specifico; esistono tute e copricapi più leggeri e facili da indossare rispetto alle tute anti-puntura per le vespe. Di norma però per tenere lontane le zanzare, basta del repellente, sopra e sotto un abbigliamento non specifico. Se invece la situazione è insostenibile, avremo almeno buon gioco nel convincere il cliente ad operare in futuro un’attenta prevenzione.

Lotta biologica: piante e animali efficaci alleati del disinfestatore

Un intervento di disinfestazione professionale ricorre a macchinari, strumenti e sostanze chimiche studiati appositamente per questo lavoro. Prima però di ricorrere ad un lavoro di questo genere, capita soprattutto in ambito domestico che i nostri futuri clienti si cimentino in opere di allontanamento, cattura o eliminazione mediante le tecniche più disparate. I gusci di noce spezzettati per allontanare gli scarafaggi, il latte in un recipiente per attrarre e imprigionare i serpenti, il borotalco per dissuadere le formiche: sono questi tutti metodi sulla cui utilità siamo assolutamente scettici. È, invece, interessante trarre ispirazione da questi tentativi e chiederci se sia possibile mettere a punto disinfestazioni o dissuasioni con sostanze altrettanto biologiche, anche se non meno semplice reperibilità, o addirittura con organismi vivi.

La natura ha, infatti, sviluppato infiniti metodi di lotta o, sarebbe meglio dire, di compensazione per equilibrare le dinamiche di popolazione di qualsiasi specie. Anche gli infestanti, quale che sia la loro natura, mammiferi, insetti o altro, hanno nemici naturali atti a contenerli. È proprio per questo motivo che quando una specie viene trasferita ad opera dell’uomo in un habitat sconosciuto, è possibile che vi conosca un successo esagerato, diventando infestante, proprio perché nel nuovo ambiente non trova i nemici naturali che altrove aveva.

Le piante sono alleati tradizionali. Ovunque si indaghi, in tutti i Regni degli esseri viventi, sono disponibili sostanze naturali in grado di comportarsi come efficaci alleati per il disinfestatore. Tra le piante, l’evoluzione di migliaia di esse, immobili ed esposte agli attacchi dei fitofagi, insetti ma non solo, ha da sempre selezionato lo sviluppo di molecole in grado di tenere lontani o uccidere questi antagonisti.

Il più antico rodenticida è da molti considerato il bulbo di una liliacea molto comune lungo le nostre coste. La scilla rossa (Scilla maritima) è appetita da topi e ratti che dopo averla morsa non possono più evitarne gli effetti letali. Per questo i suoi bulbi venivano tradizionalmente lasciati nelle dispense a protezione delle derrate.
Il compito che i vegetali hanno assolto meglio è lo sviluppo di nuovi insetticidi.
Le prime piante insetticide che vengono in mente sono crisantemo e tabacco, dalle quali sono state estratte due molecole, rispettivamente il piretro e la nicotina, largamente studiate in chimica.
In virtù di questo studio, abbiamo ora a disposizione decine di molecole sintetiche che ne replicano le modalità di azione, appartenenti alle famiglie dei piretroidi e dei nicotinoidi, molecole alle quali ricorre quotidianamente ogni disinfestatore.

Più recente è l’interesse nei confronti del neem. Il suo nome scientifico oggi accettato è Azadirachta indica, mentre è stata invece abbandonata l’altra sua denominazione Melia azadirachta, troppo simile a M. azedarach, l’albero dei rosari coltivato anche nei giardini italiani. Questo albero originario dell’India ha le proprietà più disparate, molte già sfruttate tradizionalmente dagli abitanti delle regioni dove l’albero cresce spontaneo.
Da alcuni decenni anche la nostra industria guarda con interesse a queste proprietà, cercando innanzitutto di orientarsi tra le decine di molecole che dai suoi tessuti sono state estratte. Il suo legname viene studiato negli Stati Uniti come materiale da costruzione resistente agli attacchi delle termiti. Dal punto di vista farmacologico essa è tradizionalmente utilizzata come antisettico ed insetticida.
Tra le molecole per noi più interessanti, dalle foglie è stata estratta la nimbina, dotata di proprietà antisettiche che devono ancora essere del tutto chiarite. L’azadiractina è un terpene presente in maggiori concentrazioni nei semi del neem, che sembra possa agire su più vie, inibendo lo sviluppo delle uova o portando all’interruzione delle capacità trofiche di molti insetti. È caratterizzata da alta degradabilità: 100 ore di semipermanenza se esposto a luce o ad acqua. Accanto all’elevata tossicità sugli insetti, presenta dosi letali elevatissime per i mammiferi: DL50 >3540 mg/kg testata su R. rattus; in base a questo dato, per noi un avvelenamento da azadiractina è praticamente impossibile.

Denota, infine, una certa selettività nei confronti degli insetti utili, prima tra tutte Apis mellifera. Si tratta di caratteristiche che hanno permesso a questa molecola di essere accettata in agricoltura biologica; per gli scopi di un disinfestatore devono essere tenute ben presenti: sia l’incapacità di permanere a lungo sulle superfici trattate, sia lo spettro di impiego sui diversi insetti infestanti.
Gli oli vegetali sono complessi di sostanze estratte da una singola pianta; non contengono quindi un solo principio attivo, ma il complesso delle molecole attive in quella stessa pianta, spesso con effetti sinergici. L’olio di neem inizia ad essere utilizzato contro gli insetti: più che le sue doti propriamente insetticide, comunque presenti, se ne sfruttano le capacità insetto-repellenti. Altri oli vegetali sfruttano il complesso di sostanze repellenti e insetticide contenute in piante aromatiche quali aglio e rosmarino.
Alghe unicellulari microscopiche ormai di largo utilizzo sono le diatomee, dal cui guscio siliceo si ottiene una polvere fortemente abrasiva. Essa si rivela letale, lacerandone l’esoscheletro, per gli insetti camminatori costretti ad entrarvi a contatto, che vengono portati alla morte per disseccamento. Il suo utilizzo, ad esempio in trattamenti a secco a contatto con impianti elettrici, è potenzialmente di grande utilità.

Tenendo la nostra attenzione su organismi microsopici nostri alleati, Bacillus thuringensis è studiato da più di un secolo, e largamente commercializzato. Agisce come antilarvale, infettando e decimando le popolazioni di ditteri e lepidotteri nei primi stadi di sviluppo.
Meno nota è la Saccharapolyspora spinosa: anch’essa isolata dal terreno, è un attinomicete i cui metaboliti sono tossici per gli insetti, sia per ingestione che per contatto.

Passando agli animali, ci sono due “insetticidi” molto efficaci, e dotati di ali: le coccinelle e i pipistrelli. Le prime sono già da decenni oggetto di grande attenzione in agricoltura biologica: si muovono sulle coltivazioni alla ricerca di afidi, di cui sono predatrici, riuscendo ad annientare sul nascere lo sviluppo di un’infestazione.
Analogamente alle coccinelle, molti altri insetti predatori o parassitoidi di cocciniglie, afidi, aleurodidi e mosche sono ora commercializzati per l’utilizzo in agricoltura biologica

Più utili in ambito di pest control sono i pipistrelli. Questi mammiferi hanno conosciuto negli ultimissimi anni un gran picco di popolarità. Superate le vecchie paure, essi sono oggi visti da molti di noi come preziosi alleati nella lotta alle zanzare. Le casette in legno destinate ad ospitare i pipistrelli sono state dapprima installate da molte amministrazioni pubbliche per scopi di ricerca e divulgazione; ora sono disponibili in vendita anche per chi le volesse installare sul balcone di casa. Rappresentano un rimedio nobilissimo, anche se mai del tutto risolutivo, al problema delle zanzare, rimedio che non presenta praticamente nessuna contrindicazione, ma solo ricadute positive: la protezione di una specie minacciata e la maggior consapevolezza degli equilibri naturali. A proposito di tali equilibri, un altro vertebrato, la tinca, è oggetto di interesse e di piani di ripopolamento nelle zone risicole; l’intento è quello di contenere le zanzare agendo in questo caso sulla fase larvale. Purtroppo, infatti, le moderne pratiche agricole, che razionalizzano l’utilizzo di acqua e la sommersione del riso, intaccano l’habitat di molti antagonisti delle zanzare, mettendone a dura prova la sopravvivenza.

Metodi di disinfestazione biologici totalmente naturali sono difficili da utilizzare. Questi tendono, infatti, a raggiungere un equilibrio, che può contrastare con i nostri scopi, quasi sempre orientati all’eliminazione totale di una qualsivoglia popolazione infestante. In molti casi la natura ha funzionato da ispiratrice per l’opera di disinfestazione, ma fin qui siamo stati capaci di sfruttare solo in minima parte il fine lavoro di ricerca svolto spontaneamente da essa svolto. Lo studio non deve soltanto spingersi avanti, nel definire metodi nuovi, ma anche indietro, nel decodificare quelle strade che sono sempre state battute, alle diverse latitudini, e che originano da precisi meccanismi biologici che sfruttiamo ma ancora non conosciamo.

La più grande colonia di ratti mondiale

Così come a New York, la più grande colonia mondiale di ratti, anche noi nel nostro piccolo stiamo osservando poca attività dei ratti; non crediamo a improvvise selezioni o mutazioni, torneranno presto come li conosciamo.

https://www.nbcnews.com/politics/national-security/starving-angry-cannibalistic-america-s-rats-are-getting-desperate-amid-n1180611

Pubblicato in: Topi

OGGI PARLIAMO… DI COSA CI PORTA LA PRIMAVERA

Finalmente la primavera è arrivata. Le giornate si allungano, si percepisce nell’aria un dolce tepore che invoglia a stare all’aperto e godere dei piacevoli raggi del sole. Si respira un nuovo profumo, il profumo della primavera che è il preludio del risveglio di tutta la natura dal lungo letargo invernale. Tutto si desta e riprende vita. Le piante mostrano le loro gemme e si preparano a rivestirsi di fiori e foglie. Gli insetti iniziano timidamente a mostrasi in volo.

Gli insetti, esseri essenziali ed insostituibili per la vita del nostro mondo, in questo periodo iniziano a riprenderne il possesso, dopo essere rimasti latenti durante tutto l’inverno, stagione che rappresenta per loro il periodo più difficile, di stasi.

Purtroppo non tutti sono così carini e idilliaci; alcuni sembrano creati apposta per infastidirci. Come dimenticare il disturbo che ci procurano durante i mesi estivi le mosche, le cimici delle piante, le formiche, gli afidi, e le aggressioni che dobbiamo subire dalle zanzare e dalle vespe? Ora questi nostri nemici stanno affilando le armi, preparandosi come ogni anno ad ingaggiare contro di noi una lotta che non sempre li vede vincitori.

Interessantissimi sono i sistemi che essi hanno escogitato per poter superare il periodo invernale. Alcune specie hanno trascorso l’inverno in forma di larva. Sono rimasti per l’intera stagione fredda in prossimità di una fonte di cibo, magari a poca distanza da dove era stato deposto l’uovo. Le larve della processionaria del pino, ad esempio, Thaumetopoea pityocampa, si fanno la loro dimora invernale sulle cime più alte dei pini, dove sono restate ben visibili all’interno dei loro grossi nidi per tutta la stagione. Questi bozzoli, grandi un pallone da calcio e formati dalle ragnatele di migliaia di larve, avvolgono la cima di più ramoscelli, delle cui foglie le larve si nutrono. Sono piccole ma numerosissime comunità, dove l’attività biologica di tutte le larve radunate contribuisce a mantenere una temperatura interna accettabile, e ad evitare il rischio di congelamento per i suoi ospiti.

Parecchi insetti trascorrono invece la stagione fredda sotto forma di uovo. Le uova si riattivano in questi giorni per schiudersi e liberare le larve. La zanzara tigre, Aedes albopictus, importata dall’Asia da pochi anni, è la nostra nemica più recente. Ha passato i mesi freddi come uovo, deposto in prossimità di qualunque ristagno d’acqua, anche piccolissimo e temporaneo, come una pozzanghera; alle piogge primaverili l’uovo si schiude, la zanzara completa in pochi giorni il ciclo di sviluppo larvale, ed è in grado di compiere i primi voli.

Altri insetti infine superano l’inverno da adulti, individui cioè completi di ali e di organi riproduttivi. Capita per le formiche e per le api, che rimangono poco attive, e per lo più rintanate nei loro rifugi, dai quali escono solo sporadicamente, in giornate particolarmente calde, oppure per affrontare eventuali situazioni di pericolo.

Non solo gli insetti sociali hanno questa strategia: Culex pipiens, la zanzara comune, si comporta in modo simile. Anche essa ha trascorso l’inverno come adulta, solitaria in rifugi caldi: qualcuno di noi l’ha inconsapevolmente ospitata in casa in questi mesi. Con la bella stagione, effettua i suoi primi pasti di sangue e depone le uova, ricominciando il ciclo per la nostra gioia.

L’accenno rapido e schematico ai cicli vitali di alcuni insetti, ci fornisce già un’idea chiara di quanto sia importante la conoscenza delle singole specie e del loro comportamento. La lotta ad un insetto molesto, come la processionaria o come le due zanzare citate, va operata a tempo opportuno e cum grano salis.

Sarebbe sciocco attendere, prima di fare una disinfestazione, che il nostro giardino sia invaso di zanzare che rovinano le nostre grigliate e le nostre serate al fresco sotto gli alberi. Il momento propizio per agire è questo, quando gli insetti sono ancora pochi e si stanno risvegliando dal riposo invernale. Vanno individuati i siti dove possono essere presenti uova o larve di zanzara: tutte le raccolte d’acqua, anche minime, vanno svuotate. Ove questo non sia possibile, l’acqua va trattata con prodotti appositi che impediscono lo sviluppo delle larve. Esistono a tal fine prodotti chimici, più aggressivi, ma anche prodotti biologici, a base di batteri patogeni delle larve.

Se si fa molta attenzione, e si agisce per tempo, proprio in queste settimane, diventa possibile far sì che la gran parte degli adulti non nascano neppure. La necessità di interventi massicci e generalizzati con insetticidi adulticidi sarà così ridotta, e noi potremo goderci indisturbati il piacere del nostro verde.

ANCHE GLI INSETTI NEL LORO PICCOLO IMPARANO

L’evoluzione di ogni specie biologica procede per gradini molto bassi, si potrebbe quasi dire per inciampi successivi, che portano una popolazione a scartare o selezionare determinate forme o comportamenti. Il dibattito su quanto siano frequenti oppure alti questi gradini, che ciascun gruppo di animali o di esseri viventi in genere debba affrontare, è aperto; da un secolo e mezzo, i biologi rielaborano l’insegnamento di Charles Darwin, proponendo sottoteorie sempre più elaborate per descrivere la storia di ciascun taxon.

Il disinfestatore si trova ogni giorno a contatto con animali soggetti, come ogni altro vivente, alle leggi dell’evoluzione; l’urgenza professionale che lo spinge ad analizzare questo fenomeno è del tutto peculiare. Sappiamo che Darwin, e con lui altri scienziati evoluzionisti, hanno tratto le loro conclusioni anche delle esperienze di contadini, allevatori, zoologi. Per certi versi, il punto di vista del disinfestatore è specularmente opposto, poiché egli guarda ad esseri viventi che sta cercando di contrastare: una posizione la nostra, poco empatica con l’oggetto di studio, ce ne rendiamo conto, ma spesso necessaria.

Di norma distinguiamo grossolanamente due categorie di animali infestanti: vertebrati ed artropodi. Tra i primi, roditori e volatili, si annoverano animali più simili a noi per caratteristiche anatomiche e fisiologiche, oltre che per comportamenti istintivi. Non fatichiamo per nulla ad immedesimarci in un topo che cerca di procurarsi il cibo senza essere visto, o in un colombo che deve raggiungere il nido dove nutrire i propri piccoli. Sono comportamenti che appartengono anche alla nostra indole, anche se fortunatamente non proprio alla nostra esperienza diretta. Quando studiamo le loro mosse, prevediamo istintivamente quali siano le loro priorità e quali risposte daranno a ciascun problema. Da qui deriva la parte più stimolante del nostro lavoro: osservare, ragionare, prendere decisioni; è quello che facciamo sia noi disinfestatori, sia i nostri antagonisti.

La condotta degli artropodi è decisamente diversa. Essi hanno scale di priorità profondamente differenti, e ci risulterebbe difficile solidarizzare con una blatta infanticida o con una formica che si immola ciecamente di fronte ad un pericolo. Non di addentriamo per ragioni di spazio nell’analisi della soggettività di un artropodo, cioè di quanto questi animali abbiano sviluppato una coscienza di se stessi, e quanto i loro comportamenti siano stati selezionati in modo da preservare la sopravvivenza e la riproduzione: del singolo individuo (poco); della popolazione, della famiglia o del gruppo geneticamente uniforme (molto spesso); della specie (mai?). Limitiamoci ad osservare che ogni loro comportamento è standardizzato, e quindi, una volta noto, più facilmente prevedibile e manipolabile. Dal nostro punta di vista, faticheremo molto di più a comprendere come possa un insetto volare insistentemente contro lo stesso vetro fino a sfinirsi, senza studiare percorsi alternativi; una volta però compreso il meccanismo, questo tenderà a ripetersi praticamente all’infinito, riservandoci poche sorprese.

Il lavoro del disinfestatore è quindi più meccanico quando rivolto ad artropodi, mentre nei confronti dei vertebrati sono necessarie maggiori doti di improvvisazione. Così dicendo, abbiamo ovviamente definito un confine grossolano, soggetto ad infinite sfumature, ed anche a qualche eccezione davvero interessante.

Citiamo un paio di recenti ricerche, una basata sulla semplice osservazione del comportamento in natura, l’altra eseguita inducendo una risposta in un ristretto numero di insetti. Partendo dalla seconda, il professor Chittka della Queen Mary University di Londra ha utilizzato dei bombi, insetti che molti conoscono come delle grosse api, molto carini perché pelosissimi e tutto sommato inermi, al contrario delle simili vespe.

In laboratorio, alcuni bombi avevano imparato che trasportando degli oggetti, delle piccole palline, in un determinato luogo, ne ricevevano in cambio una ricompensa, sotto forma di liquido zuccherino. Un bel passo avanti nell’apprendimento, ma nessun clamore: sono molti gli animali, noi compresi, che possono assimilare un compito per del liquido zuccherino, per un bicchiere di bibita gassata, o per chissà cos’altro. La sorpresa dell’esperimento sta nel secondo passo: altri bombi sono stati messi ad osservare le operazioni, ed una volta messi alla prova, hanno dimostrato di avere imparato osservando i propri simili; immediatamente si procuravano la ricompensa portando le palline al punto prescelto dagli sperimentatori. Complicando l’esperimento, i bombi sono stati messi alla prova con alcune palline che sembravano più comode, perché più vicine all’obiettivo, ma che erano impossibili da spostare perché incollate; anche qui i bombi hanno appreso senza problemi, semplicemente osservando i loro simili, quali palline conviene muovere e quali invece si rivelano uno sforzo inutile.

Una brutta botta per il nostro senso di superiorità di vertebrati: esistono insetti in grado di osservare ed imparare. (Molto meglio di alcuni frequentatori dei talk show elettorali.)

L’altra ricerca alla quale accennavamo si basa invece sull’osservazione delle zanzare, e dei loro comportamenti in natura, così come sono stati indotti e selezionati dell’uomo, anzi, dai disinfestatori. Numerose ricerche effettuate nei paesi tropicali, dove la zanzara anofele vettore della malaria causa ogni anno migliaia di vittime, hanno evidenziato un cambiamento nelle abitudini delle zanzare. Il DDT, e in genere gli insetticidi permessi ed utilizzati nei vari Paesi, vengono applicati negli ambienti chiusi direttamente sulle pareti, laddove si sa che le zanzare appoggiandosi entreranno in contatto con le sostanze in grado di ucciderle. Dopo decenni di utilizzo di queste tecniche, i biologi sul campo hanno osservato una sorprendente evoluzione: le zanzare non si appoggiano più sulle pareti, ma cercano in ogni modo di volare direttamente verso l’ospite da pungere. Hanno imparato ad evitare l’insetticida? Non proprio: hanno semplicemente seguito un classico meccanismo evolutivo. Tra le zanzare che non avevano mai conosciuto gli insetticidi, doveva già esistere una seppur minima differenza genetica che ne influenzava il comportamento: la maggior parte di esse procedeva per brevi voli verso l’ospite, appoggiandosi qua e là anche sulle pareti, prima di arrivare al pasto; la maggior parte, ma non tutte: altre zanzare volavano verso la nostra pelle direttamente dall’esterno, senza prima essere notate. Se le prime e più “normali” sono state falcidiate dall’applicazione degli insetticidi, coi quali venivano a contatto sulle pareti, le altre zanzare hanno avuto più possibilità di sopravvivere, e di riprodursi. La genetica, ed i comportamenti di una zanzara ad essa correlati, hanno necessitato di numerose generazioni per manifestarsi; tuttavia, nel giro dei decenni e delle centinaia di generazioni succedutesi nel frattempo, il cambiamento è avvenuto. Queste zanzare non si appoggiano più alle pareti. Si tratta di popolazioni costituite quasi interamente da discendenti di chi già in precedenza amava volare più a lungo. Anche l’utilizzo delle zanzariere a protezione dei letti, che in alcuni paesi tropicali rappresenta la più sicura autodifesa dalla malaria, ha indotto cambiamenti nel comportamento delle zanzare, che tendono ormai a non appoggiarsi alle reti sulle quali si smarriscono, o muoiono per contatto con gli insetticidi. Un brutto problema per i disinfestatori, che vedono ridursi l’efficacia delle applicazioni di insetticida alle pareti.

La risposta a questi problemi è duplice. Da una parte, senza dubbio l’innovazione è l’arma principale con la quale rimanere al passo, di fronte ad ogni cambiamento. Innovare in questo caso significa osservare ogni fenomeno, e studiare strategie nuove, insieme a tecniche, strumenti e prodotti chimici.

Accanto a ciò non dobbiamo dimenticare che cambiamenti evolutivi così repentini negli animali infestanti sono dovuti anche a comportamenti standardizzati da parte nostra. Di fronte al prevalere generalizzato di una ben precisa tecnica di disinfestazione, pensiamo ad esempio all’applicazione di esca in gel contro Blattella germanica, è ovvio che l’insorgenza di popolazioni resistenti sia solo questione di tempo. La resistenza si può manifestare sia come immunità ad un determinato prodotto chimico, sia come comportamento che elude la nostra tecnica applicativa, e qui la natura ci mostra puntualmente come sempre più ricca di fantasia rispetto a noi.

EMERGENZA CORONA VIRUS #11 – ABBIAMO NUOVA PAGINA WEB DEDICATA

COVID19 #11 – ABBIAMO UNA NUOVA PAGINA WEB DEDICATA.

A pochi giorni dal fatidico 4 maggio, pubblichiamo una sezione speciale della pagina web disinfesta.net.

DISinFESTA si è prodigata in questi mesi nei servizi legati al Covid-19, con particolare riguardo alla sanificazione degli ambienti di lavoro. Saremo felici quando vedremo tutti i nostri clienti riprendere a lavorare e vivere con la serenità di prima.

Mettiamo a disposizione dei nostri clienti la nostra nuova pagina web, dedicata alle conoscenze riguardo a Covid-19. Uno strumento di lavoro, accurato e continuamente aggiornato, per uscire tutti insieme da questa emergenza.